Lunedì 28 Settembre 2020

Venerdì 24 verrà inaugurata in via Costa la pietra da inciampo per Carlo Nipoti

  • Mede
  • 16 Gennaio 2020

Anche Mede avrà la sua pietra d’inciampo, per ricordare a ogni passante quanto l’ideologia nazista fosse barbarica e disumana. Sarà collocata in via Andrea Costa all’intersezione con vicolo Bernini, non lontano dal teatro Besostri. Lì viveva il medese Carlo Nipoti, deceduto il 1° febbraio del 1944 nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora, in quella che pochi mesi dopo sarebbe diventata la Germania dell’Est. La cerimonia sarà venerdì 24 gennaio, in prossimità del Giorno della Memoria (fissato per il 27 gennaio di ogni anno).

Alle 9 nella sala Pertini del municipio il sindaco Giorgio Guardamagna saluterà i presenti, mentre Anpi e Aned - ‘Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti – presenteranno l’iniziativa. Mezz’ora dopo tutti si recheranno in via Costa per posare la pietra d’inciampo. Il sampietrino, ricoperto da una piastra di ottone, riporta il nome delle vittime delle deportazioni e viene solitamente collocato presso la loro ultima abitazione. L’idea è dell’artista tedesco Gunter Demnig. Dal 1992 le pietre installate sono più di 71mila. 

Alcuni cenni sulla figura di Nipoti, classe 1908, si possono leggere nel saggio “Gli schiavi di Hitler” scritto da Lazzero Ricciotti. Il volume è piuttosto datato, la sua pubblicazione risale al 1966. Questo lo rende uno delle prime ricerche a tema. Del medese, di professione falegname, non si sa quasi niente. Anche internet non dà quasi alcun riscontro, se non un sinistro elenco di nomi del portale deportati.it. A sua volta il portale riprende uno studio di Cornelia Klose dal titolo “Italienische Häftlinge”, i “Prigionieri italiani”. La Klose è direttrice del memoriale sul campo di concentramento di Mittelbau-Dora. La testimonianza decisiva era arrivata da un internato bergamasco sopravvissuto, Carlo Midali, che ha raccontato tutto al sindaco di Branzi. Nipoti era stato richiamato alle armi e portato nei lager dopo l’8 settembre, quando la situazione si ribaltò e presto i soldati italiani diventarono nemici. I tanti prigionieri di guerra erano mandati al sottocampo di Dora, destinati alle officine sotterranee per costruire le V1 e le V2, le “superbombe” che nei piani del Reich avrebbero dovuto ribaltare la situazione della Seconda guerra mondiale. Le colline di quella zona della Turingia erano adatte per la produzione di materiale esplosivo perché ricche di gesso e anidride. Nel gennaio del 1944 gli schiavi erano 12.500. C’era anche il medese. Lui e gli altri dovevano allargare, allungare, sistemare e cementare le gallerie con martelli pneumatici, pale, picconi e anche con le mani mentre i tecnici facevano saltare la roccia. I turni erano di 12 ore, anche di 14, giorno o notte non importava. Dormivano nelle gallerie trasversali in “castelli” da 60 centimetri d’altezza. Per togliere la polvere di calcio che incrostava il viso dovevano usare la propria urina. Così scrive Lazzero Ricciotti nel suo saggio storico. Soffrendo questo inferno morì Carlo Nipoti, all’età di 35 anni, insieme ad altre circa tremila persone in una manciata di mesi. Adesso la sua Mede potrà ricordarlo per sempre.


Davide Maniaci © Riproduzione riservata