Lunedì 27 Gennaio 2020

Una scodella sbeccata

Ogni tanto mi prende una sorta di malinconia e mai capito il perché. Dura due o tre giorni e so solo che vorrei chiudermi in un bozzolo come un baco da seta. E’ sempre stato così, e dunque un fatto quasi ancestrale. Una specie di polvere cosmica a cadermi sul capo, a ricordarmi da dove vengo e dove sono diretto. Secondo alcuni studiosi, pare che la malinconia sia, anche, una cosa positiva e creatrice. Sarà…

Solita camminata mattutina con Muso, l’amico a quattro zampe che mi accompagna, e trovo risposta a una domanda che mi ero posto l’inverno appena passato: un campo troppo ben messo, per essere in attesa dell’aratro. A domandarmi cosa fossero quei ciuffi verdi appena spuntati? Ora ce l’ho qui davanti e lo so: un bel campo di grano e spighe dorate. Uno dei sempre più rari nelle nostre campagne. Con Muso a correrci dentro per esplorarlo o seguire chissà quale pista.

Un bel quadro da vedere. Dove però mancano tre colori fondamentali a dare il tocco magico e finale, così come ricordo i campi di grano di una volta. Manca il rosso dei papaveri, il bianco delle margherite e il blu di quel fiore stupendo chiamato fiordaliso. Con le margherite, da noi praticamente estinto. L’ultimo che ho visto risale a una quarantina di anni fa e poi mai più. Ricordo di averlo visto sulla riva destra dell’Agogna. All’appello manca anche la profumatissima camomilla. Qui e là resistono solo gli indomiti papaveri. Come mai questa morìa? Non lo so. Ma penso che i tanti, troppi diserbanti non siano del tutto innocenti. Che poi, alla fine di tutto, ma anche al principio, è sempre l’uomo e la sua libertà a decidere su tante cose. Più qualità e quantità, ma a che prezzo? La campagna, di questa stagione, è sì un mare di verde, ma pure non mancano le terre bruciate. D’altra parte sono rare anche le farfalle. Per non dire delle api e la fioritura inutile delle robinie. Fioritura profumata e senza un ronzio attorno. Ormai certe cose le vedi solo in città.

Muso è tornato dalla lunga fiutata, e mi guarda come per dire: “Mica avrai il coraggio di scrivere quello che stai pensando? Non sono questi i tempi di mettersi lì a disquisire su queste cose, che ce ne sono altre ben più serie. Poeta? Via, non farmi ridere. Io ti capisco, ma questi non sono i tempi. Ma a chi può fregare dei tuoi fiori! Adesso è tempo di muscoli, di balconi e proclami, e di volere che diventa potere, altro che balle. Ti capisco, e forse hai anche ragione, ma sei troppo fuori tempo. Ami e combatti per l’Armonia, e ci manca poco che qualcuno si chieda di che tipo di carta igienica si tratti. Adesso è tempo dei molti paperini portati all’abbeveraggio da mamme papere, che sanno bene quale sia il meglio per la covata. Dammi ascolto, certe cose tienitele per te. Sono tuo amico e ti voglio bene”. Eppure, resto convinto che un po’ di poesia, quella vera e non certo la mia, male non faccia. E penso anche che l’uomo sia destinato a diventare qualcos’altro. Non più solo Homo Sapiens, ma anche Homo Tecnologicus, Roboticus o Stupidus, latinorum a parte. Intanto, però, seminiamo semi destinati a diventare fiori e piante altissime. Antenne ricetrasmittenti sempre più potenti, e voci a rincorrersi sempre più veloci. Nuove e moderne Torri di Babele. Tipo le 5G o chi per esse. Temo che la Cina ci spolperà fino all’osso per un piatto di lenticchie, pardon: di riso. Forse in tante, troppe cose si è persa l’etica del limite. 

Quando torniamo a casa, e se mi prometti di non romperla, Muso, ti servo le crocchette in una scodella speciale. Magari te la terrò ferma io. Una scodella sbeccata e trovata in una discarica molti anni fa. Speciale perché ha su dipinto un magnifico fiordaliso. Potevo mica lasciarlo là. Poi ti farò vedere altre cose. Ad esempio, e proprio accanto alla scodella, una mini-statuetta a rappresentare una spigolatrice. Tutto torna, come vedi. E poi…

E poi la piccola lucerna da comodino e regalo di Battista, l’uomo più buono che io abbia conosciuto e gran raccontastorie. “E’ quella che usavamo per salire le scale e per andare a dormire. Forse ancora di mia nonna”. Provo a immaginare quella lucina a salire il buio. Una lucernina blu, come la casa di un tempo e il colore del fiore tanto amato. Battista e i cent’anni mancati per un soffio. 

Ogni tanto li spolvero, i miei oggetti da niente, e intanto ripasso i ricordi. Di tutti ricordo il perché e il come. Tutti entrati a far parte della memoria, e ancor più le persone ad essi legate. Forse il modo giusto per avere ricordi è amare e essere amati. 

Così la vecchia e cara tabacchiera di latta dell’amico Tunìn: “Il mio regalo per quando non ci sarò più”. Dentro, ancora un pizzico di tabacco e una cartina mai diventata sigaretta. Qualche volta, e se aprivo piano la porta della “bottega”, lo trovavo addormentato. Seduto, e magari la pipa mai fumata in mano. Diceva che era come quella del generale MacArthur, con il fornello ricavato da un tutolo di granturco. Sveglio, mi diceva che gli si erano chiuse le ali del cuore. Ora che tocca a me, capisco l’appisolarsi dei vecchi.  Indimenticato amico e maestro di pialla.

Quattro case di montagna e una nonnina seduta fuori dall’uscio a intrecciare minuscoli fastelli di erbe, destinati ai cassetti del comò. E una storia. “Il mio primo moroso si chiamava Pinìn. Mi voleva sposare e poi partire per l’America. Ero giovane e avevo paura del mare. Così partì da solo. E io mi sposai con un altro. Gran lavoratore, buon padre e buon marito. Ora lo vado a trovare al cimitero. Gli sono stata fedele sempre, ma non ho mai smesso di pensare al mio Pinìn al di là del mare… Lo vuoi uno di questi profumabiancheria?”. Conservo quel piccolo intreccio in un vecchio portasapone, anche lui con la sua storia. Tiro su il coperchio e ancora odora di fieno. E delle sue mani.

In un’altra scatoletta, un grumo di terra della sepoltura di Padre Turoldo, scrittore e poeta (“Per capire i tempi bisogna ascoltare cosa dicono i poeti. Per capire cosa patisce il mondo bisogna interrogare i poeti”, papa Francesco).

Un’armonica a bocca, trovata tra le macerie di un terremoto e mai imparato a suonarla. Solo soffiate dentro ninne-nanne per le mie nipotine. Da un altro terremoto un orologio rotto a segnare ore improbabili. Un “lavoretto  speciale” fatto per me da Don Giovanni. Un regalo fatto “al momento giusto”. E tante altre cose, compreso un chiodo arrugginito e un segreto tutto per me…

Passa un treno e dico a Muso: “Guarda!”. Solo che “quello” andava ancora a vapore. Un incontro del tutto casuale con Silvia. Sconosciuta e che ancora non era riuscita a piangere, bene, la morte di papà, mancato da poco e, parole sue: “C’è sempre qualche impedimento”.

“Vuoi farlo ora? Ora che siamo soli nello scompartimento?”. Finalmente! Accolsi il suo pianto come un bene prezioso da custodire. Forse si può dimenticare la persona con la quale hai riso, ma non quella con la quale hai pianto. Poi ci tenemmo stretti. E un bacio come la cosa più naturale di questo mondo. Forse vent’anni e lei, credo, qualcuno in più. Poi, io arrivato a destinazione e lei a proseguire. La sua mano a salutarmi dal finestrino e il fischio del treno a portarla via per sempre. Una camicetta nera a mezze maniche, capelli corti, biondi, e un viso quasi pallido. Mai più vista e neanche sapere dove era diretta. “Silvia, rimembri ancora quel  tempo…” (G.Leopardi).

Forse dovremmo ammettere che sono i viaggi a fare le persone, e non il contrario. 

“Dai, Muso: saluta il treno e andiamo”. 

Ancora domani e addio, malinconia. Forse un arrivederci è meglio.


Mario Omodeo © Riproduzione riservata