Lunedì 29 Novembre 2021

Un bastone, la Memoria e un grazie

Nel mio andare ogni tanto vengo raggiunto e sorpassato da un altro consuma-scarpe. Il quale mi saluta e se ne va spinto da due bastoni del tipo nordic - walking. 

“Dovrebbe provarli; si va più veloci e con meno fatica. Arrivederci”. Anche in questo sono rimasto indietro. Già…

Ma perché dovrei andare più veloce, dal momento che nessuno m’insegue né ho nessuno da inseguire? 

Per tutta la vita, per un motivo o un altro, ho dovuto mettere un turbo nel motore; e ora che posso rallentare un po’…Sarò pure rimasto indietro e però mi va bene il mio passo: è la mia giusta misura. Sì, più veloce acquisterei tempo, ma per farne cosa? E cosa, per contro, ci perderei? Magari nel semplice guardarmi attorno con gli occhi che voglio? 

Mi piace cogliere le sfumature minime nelle cose, le “essenze  invisibili”. 

E un gioco che mi ha appassionato fin da bambino: trasformare le cose piccole e insignificanti in qualcosa di infinitamente più grande, mettendoci colla e bulloni presi nella scatola della fantasia. Trasformare un tutolo di mais in una macchina volante mettendoci come motore la mia forza e tre penne d’oca piantate a girare come fossero eliche. 

E l’inguaribile voglia di farsi stupire, sempre, dalla Vita. Perché bruciare il tempo quando, come un padre buono e paziente, desidera solo prenderti per mano? Magari desideroso anche Lui di una mano amica? “E se facessimo un pezzo di strada assieme?”

Il vento di ieri e stanotte ha scrollato le foglie e molte non ce l’hanno fatta. Appena nate e già buttate giù con un verde ancora provvisorio. Credo che la Natura non sia né buona né cattiva: è e basta. Alcune foglie sono attaccate al ramo anch’esso spezzato e caduto. Lo raccolgo, lo tasto e ne faccio un bastone. Flessuoso e, se pure un po’ sbilenco, mi dà una propulsione incredibile. 

Che debba ripensarci? 

Di sicuro dovremmo tutti imparare a essere un po’ più flessibili; senza eccessive durezze e tali da non somigliare troppo a dei paracarri. Lo stesso vento ha asciugato l’erba del sentiero e mi tocca tornare a casa con i piedi asciutti. Verso la fine del cammino i due salici piangenti hanno subito una potatura drastica. Ma già si rivede la voglia matta di ributtare. E sì, perché hanno il compito di tenere viva la memoria del grande e tragico amore tra Tristano e Isotta e del salice piangente loro testimone. Prima dell’arrivo a casa “nascondo” il bastone, che magari domani riprenderò.

Colgo l’occasione per dire due grazie di cuore al sig. Abbà per avermi ricordato “La corna dal fabbricon”, libro che sicuramente andrò a leggere. Il primo ringraziamento è il riportarmi indietro nel tempo (primi anni ’60), quando i pompieri erano (anche) chiamati a raccolta, in caso d’incendio o altro, dal suono della “corna dal fabbricon” (la Marzotto) e anche da quella della SACIC. Qualcuno se lo ricorda quel particolare, un po’ simile all’allarme in caso di bombardamenti? Un sistema un po’ macchinoso, che però aveva la sua ragione a quel tempo. Comunque sia tempi magnifici, non foss’altro per la giovinezza e la gran voglia di mettere in mostra i  muscoli, il coraggio spavaldo. Tanto da essere “calmati” dai pompieri più anziani. A confronto con quelli di oggi eravamo solo piccoli artigiani del mestiere, ma coraggio sì, quello da vendere. Alle volte sconsiderato. Ma se non da giovane quando? Tempo andato e senza nessun rimpianto. Avendo imparato che fare le cose, quando devono essere fatte, nel miglior modo possibile è la ricetta per non avere rimpianti futuri. E inutili. Dai il meglio di te stesso e puoi salutare quando vuoi.

Il secondo ringraziamento – che poi è uguale al primo -  è che sì, alle volte si può e forse si deve tornare indietro per riannodare fili spezzati. So che un eccesso di citazioni può dare fastidio, e dunque una sola, di Montanelli: “Un paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani”. Ed è proprio dei tanti ieri che, immagino, parli e racconti il sig. Abbà, che ancora ringrazio. Come si fa ad andare avanti senza tener conto della nostra storia? Quella dei nostri padri e nonni? Non è forse sacra, la parte più nobile della nostra memoria? 

La nostra storia. La nostra vita? E quella degli infiniti altri che camminano al nostro fianco, o che ci hanno preceduti? Ecco, l’importante è che la Memoria  non sia e non diventi solo un luogo dove ripararsi e mettersi al sicuro, ma un porto da dove levare le ancore e issare le vele. Questo, solo questo è il discrimine. E cosa, se non il passaggio tra la memoria che imprigiona e quella che libera?

Molti anni fa ho vissuto il dramma di una persona a cui volevo molto bene. Nella sua testa, fatta prima di sconfinata generosità e amore, un bel giorno entrano dei “tarli” a menare scompiglio. Ricovero. Elettroshock. 

La memoria, anche quella buona, perduta. Più niente. Il vuoto assoluto. Vegetale e non più persona. Le tempie bruciate e la voglia di prenderla in braccio… La ninna - nanna di Brahms…

Attenzione a voler raccontare la memoria, quella che dà senso alla vita. Il sale per qualunque minestra, anche la più moderna e dietetica, macro e microbiotica.

Le “corne” per i pompieri smisero di suonare verso la fine degli anni ’60, essendo entrati in tempi più moderni. Quella del e per il “Fabbricon” i tempi segnati. Come tante altre. Anche quella piccola della SCAC dove lavorava papà. Tutta la Memoria nella mia testa. Non un chiodo piantato, ma un fiore profumato e personale che mi accompagna.

Mario Omodeo

 

 

Grazie stimato Signor Omodeo delle sue pillole di saggezza. Come sempre lei si diverte a fare dei “capitoli” nei suoi scritti per lanciare dei suoi messaggi, delle sue riflessioni che possano far... riflettere. Il rispetto del tempo, il rifiuto della furia consumistica che oggi ci porta a consumare senza aver bisogno, a sprecare, soprattutto. In fondo il segreto della felicità è adattarsi alle diverse stagioni della vita, quelle che lei sempre ci ricorda con esempi che partono dall’osservazione di aspetti “minimi” di quello che ci circonda, con il supporto della fantasia.

In questo quadro vorrei qui ricordare uno dei più grandi scrittori lomellini, Carlo Grigioni, di Tromello, che per molti anni su queste pagine scrisse le “Piccole storie lomelline”, degli straordinari ritratti di vita vissuta in un micromondo fatto di sentimenti profondi. Da quei racconti sono stati tratti dei libretti con analogo titolo. Grigioni era straordinario attore e fondatore dell’Ami, l’Associazione maggengo italiano, che in realtà, nome a parte, era ed è una compagnia teatrale che ha all’attivo grandi successi nella commedia dialettale. Tra cui delle vittorie in festival a livello nazionale. Grigioni ha avuto la fortuna di avere un fratello dalla vita, Alfio Castiglione, attore, regista, autore e fondatore dell’Ami. 

Attorno a loro avevano raccolto un cenacolo di personaggi creativi, direi geneticamente creativi, che univano ad una lucida follia una sapiente arte nel comunicare, per iscritto e con la gestualità e la recitazione degni di attori consumati. La loro scelta di vita, oltre al culto della memoria, è stata quella di restare rigorosamente all’interno della cinta del loro paese. E in questo piccolo universo hanno dato vita a racconti e ricordi straordinari, dallo stile raffinatissimo. 

Sono convinto che nessuna biblioteca lomellina conservi le Piccole storie di Carlo Grigioni, scomparso nell’aprile del 2013. 

Vede, insieme abbiamo dato un contributo alla memoria della Lomellina, e a qualche grande personaggio che la popola, lontano dai narcisismi vuoti e inutili dei social. Perché alla fine chi vale resta nella memoria, come un bastone trovato per caso, o strade consuete e mai viste abbastanza. .

Giovanni Rossi

 

 

 

 

 

 

 

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