Giovedì 22 Agosto 2019

Un albero cresce a...

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  • 06 Febbraio 2019

Dedicato a tutti i bambini e agli uomini che si sono dimenticati di esserlo stati.

“Un albero cresce a…”

No, non a Brooklyn, ma qui a due passi e dove meno te lo aspetteresti. A dire che anche la natura ha la sua fantasia.

Con Muso esco di casa con ancora abbastanza buio. La solita camminata ad aspettare il sorgere del sole. Che è sempre uno spettacolo. Fa freddo e la notte gelata ha sparso brina dappertutto. 

C’è nebbia a mezza altezza e oltre una luna quasi piena. Dall’altra parte del cielo brilla Venere e, appena sotto, una stellina per me senza nome.

La nebbia si lascia cadere all’improvviso. Gelando diventa bianca e solida e tutto diventa bianco. Tutto, anche là dove la brina di prima non era arrivata. La strada, i tetti, gli alberi… E la dove c’è, a coprire la poca erba sotto. 

Anche il pelo fulvo di Muso.

Questo fenomeno passa sotto il nome di galaverna ed è uno spettacolo.

Attraversiamo il parco Martinoli. La bellezza è tale da rimanere a bocca aperta. Muso, che ama la neve da morire, si lascia ingannare rotolandosi nel bianco a più non posso. Senza contare di quanta ne tira su con la lingua. Ogni cosa a far parte di una recita dove il bianco è d’obbligo. Gli alberi, le giostrine dei bambini… Persino commoventi i rami delle betulle, e ancor di più quelli lunghi fino a terra dei salici piangenti. Rami diventati più grossi per via del bianco indossato. Qualcosa di magico, di poetico. Un qualcosa che vorresti condividere. Sì, anche con Muso. 

Se non fosse che il suo fiuto lo porta a stanare, da sotto un cespuglio, infreddolito, un coniglio selvatico. Come sempre una rincorsa inutile: troppo veloce per lui. Mi sembra di camminare nel paese della meraviglie. Persino quei due o tre merli neri a segnare la differenza ci stanno benissimo. 

Anche il pettirosso, che smuove e fa cadere polverina bianca. E il cammino continua. Costeggiando il Cavo Plezza andiamo verso Sant’Albino. Nel sottopasso l’acqua ci dona, incredibile, un po’ di calore. 

Per poi precedere, fumante, il suo cammino.

Tutte le volte che sbuco da là sotto non posso fare a meno di guardare il rudere di fronte. Ciò che rimane del vecchio mulino all’interno dell’omonima cascina e seminascosto dai rovi. Sempre lì, nel suo silenzio e per me grande e umile bellezza. E se faccio ridere pazienza. 

Ancora si indovina dove c’era la ruota a pale e la canaletta a portare acqua. 

Una finestrella e la sua grata e mattoni, muri corrosi dal tempo. Del tetto e da molti anni non c’è più nemmeno una tegola e tutto è precipitato giù, anche le travi. Compreso il primo pavimento che c’era sotto. Tutto ammucchiato nel pianoterra. Al posto delle travi solo buchi neri nei muri. Se pure un rudere, ha però il suo fascino. E basta saper vedere anche quello che non c’è più.

Un seme portato da chissà quale vento è andato a cadere, passando dal tetto che non c’è più, sul cumulo di detriti sotto. Ed è germogliato. Due foglioline e poi con il tempo a crescere sempre di più. Le radici, che sanno fare cose incredibili, avranno trovato la terra. E quel seme è diventato prima pianta e poi un albero più alto di quello che era il tetto. Facendosi lui stesso tetto una volta messe le foglie. Occupa ormai tutto il vuoto, lasciato da quello che c’era prima. 

Tetto e soffitto e macchinari. E uomini infarinati. Non l’ho ancora guardato da vicino, ma credo si tratti di un acero bianco. Che però voglio chiamare l’”Albero del pane”. Un albero cresciuto dove mai te lo saresti aspettato. Mi fermo sempre a guardare e una volta l’ho persino fotografato, ciò che resta del vecchio mulino. Stamattina, imbiancato com’è, è una cosa da fotografare con gli occhi dell’anima. Quadretti da appendere nella casa della memoria, dove però non esistono pareti: solo spazi liberi. Ho sempre amato i vecchi mulini sin da quando mia mamma mi mandava a comperare farina, che poi lei passava a pagare. Sempre affascinato dalla grande ruota a piangere acqua ad ogni giro. All’interno, poi, macchinari pieni di mistero, fino alla farina finale. E tutte quelle pulegge di varia grandezza? Cinghie grandi e piccole, alcune incrociate per cambiare il senso di rotazione. E cosa può fare un bambino curioso se non scrivere tutto nella memoria, pronta a dilatarsi all’infinito? Sì, ne ho visti tanti e tanti ho voluto vederne. Da pompiere, purtroppo, anche qualcuno andato a fuoco. Di uno conservo ancora una lucerna che mi era stata regalata. Avevo quattro, cinque anni e mai dimenticato il profumo di quella fetta di pane bianco e leggero, dopo il tanto e troppo nero e pesante della guerra. Oggi vedo pane buttato e mi piange il cuore. Già! Il mio albero del pane…

Dai, Muso, che ancora dobbiamo andare lontano…

Pare manna caduta dal cielo e la voglio assaggiare anch’io. Manna per chi è in viaggio, anche per quelli in cerca della Terra Promessa. Venere e la stellina sono già sotto le coperte e il sole è sveglio del tutto. A casa mi metto a scrivere. Ho davanti i vetri della porta-balcone e vedo nevicare. Dico a Muso che siamo tornati troppo presto. Durerà? Lo so. So che per molti è solo un disagio, difficoltà. Lo so. Ma so anche che, dentro ognuno, ogni tanto c’è un bambino che bussa per uscire. Magari solo per fare una palla di neve, per poi magari rotolarla fino a fare una grande ruota, da spingere a fatica. A questo bambino interno che bussa, nessun uomo dovrebbe vergognarsi di aprire, spalancare la porta.

Avevamo in casa una di quelle palle di vetro piene d’acqua. La rovesciavi e, miracolo! Tutta piena di neve e chissà dove nascosta prima. Avevo imparato a girarla e rigirarla al buio e con solo la luce di una candela: poesia nella quale perdersi. Mai saputo dove sia finita. Ora in casa ne ho un’altra, trovata in un mercatino. Ma non è e non può essere “quella”.

Sì, è passato tanto tempo. Ma pure, quel vecchio bambino ha voglia di bussare, piano. E magari riprovare a fare una palla di neve.

Mario Omodeo © Riproduzione riservata