Sabato 26 Settembre 2020

Tra Rolfi, la Piani e Centinaio l’ombra di Marcora

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  • 25 Luglio 2018

L’incontro di venerdì scorso in borsa merci ha ricordato una celebre frase dell’ultimo ministro dell’agricoltura rimpianto dagli agricoltori, Giovanni  Marcora. Successe che in una riunione del Mercato comune europeo, il celebre Mec, Marcora disse al collega francese che se avesse ostacolato le esportazioni italiane alla frontiera, lui avrebbe fatto fare dietrofront alla fila di 100.000 bovini da carne che dalla Francia entravano in Italia. Era la prima volta che un ministro difendeva l’agricoltura italiana dopo che per decenni l’agricoltura era stata barattata per poter esportare le 500 e le Vespe.Bene, il poker leghista alla Borsa merci, Piani, Rolfi, Centinaio e Maggioni, in borsa merci ha spiegato che l’Italia non sarà più la pancia del mondo. E qualcuno dovrà riportarsi a casa le schifezze che ci manda via nave. Insomma, come le vacche di Marcora.
 In realtà il panorama in cui si dovranno muovere Fabio Rolfi e Gian Marco Centinaio è molto più complesso di quello che affrontò il rimpianto Marcora.  In primo luogo perché allora esisteva un meccanismo di dazi che tutelava le produzioni agricole europee dalla concorrenza americana e asiatica, mentre oggi la globalizzazione, voluta dai finanzieri, costringe a una circolazione delle merci  che strozza l’agricoltura e favorisce le automobili tedesche. 
Il risultato è che sono in diretta concorrenza il riso, il mais, la soia, il frumento fatti in Italia con quelli fatti in India o nel Vietnam, dove i costi di produzione sono enormemente minori e la qualità della vita è disastrosa. Questa è la follia della globalizzazione, che invece fa fare affaroni a chi porta a Hong Kong o in Malesia le fabbriche e poi vende le produzioni in Italia. 
A questi problemi internazionali si aggiungono quelli italiani e poi quelli lombardi e poi ancora lomellini. In Italia noi abbiamo un vero e proprio buco nero, causato da ministri del tutto assenti da un confronto a livello europeo. Se pensiamo non solo a Martina, ma alla Poli Bortone o a Nunzia Di Girolamo non possiamo che prenderne atto. Poi da noi è prevalsa una logica suicida di “far finta”. Dunque facciamo finta che da noi i salumi tipici siano fatti con carne suina del posto, facciamo finta che i formaggi tipici siano fatti con latte italiano, facciamo finta che il riso sia italiano, o che il salame d’oca sia fatto con le oche allevate qui.
Una logica che è l’opposto della conquista dei mercati con la qualità, ma vede prevalere l’inganno, la bugia. Abbiamo decine di personaggi che si riempiono la bocca a forza di prodotti a “chilometro zero” solo facendo finta che lo siano. E questo perché negli ultimi decenni l’agricoltura ha seguito logiche del tutto opposte, puntando a ingrandire sempre di più le aziende e a standardizzare sempre di più le produzioni, attraverso varietà e razze non certo autoctone, che hanno soppiantato quelle autoctone. 
Se vogliamo fare un paragone locale potremmo osservare che a Garlasco si fa una sagra del “Maiale nero di Garlasco” che in verità è stato (colpevolmente) lasciato estinguere da parecchi decenni. Potremmo aggiungere la meravigliosa razza bovina Varzese, estinta, oppure i fagioli borlotti di Gambolò, estinti pure loro. Insomma, ci siamo sbarazzati delle nostre biodiversità, ma facciamo finta che ci siano per gabbare i consumatori. A Mortara si erano persino inventati una razza di oche definita “Lomellina” che mai è esistita, ma che veniva esposta alla mostra del palmipede. Incredibile!
Il problema è che oltre a perdere le biodiversità, la Lombardia ha perso migliaia di aziende agricole, in una rincorsa ad aziende sempre più grandi che dovevano diminuire i costi, intanto che i prezzi continuavano a scendere. Insomma, il solito gatto che si morde la coda.
Meno aziende, meno lavoro, meno occupati, meno famiglie nei paesi e paesi che diventano fantasma, con migliaia di case che aspettano solo di crollare: il sindaco di Breme, Franco Berzero, accanito fautore delle cipolle rosse, ne sa qualcosa, visto che la sua Breme è diventata davvero un  paese fantasma, per colpa non certo di un sindaco, ma di un  modello di sviluppo agricolo demenziale. 
E così mentre Milano sfoggiava l’Expo che parlava di cibo, in contemporanea le aziende agricole, quelle che producono cibo, chiudevano i battenti, per lasciare spazio a chef estemporanei, se non ridicoli, che seguono le logiche gastronomiche di sponsor a cui dell’agricoltura non interessa un fico secco. 
Tutto questo peserà sul tavolo di Gian Marco Centinaio e Fabio Rolfi, esattamente come pesa sul tavolo di ogni esponente di governo di Lega – 5 Stelle ogni ipotesi di cambiamento di quelle logiche che sono state la pacchia dei poteri forti per 20 anni. Almeno.

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata