Giovedì 21 Marzo 2019

Siamo tutti sardi

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  • 20 Febbraio 2019

La vicenda della popolazione sarda che scende in strada a protestare per l’ennesima violenza fatta a danno dell’isola deve far riflettere quella parte di nazione alla sfrenata ricerca di un trucco per non far pensare ai problemi reali del Paese. Che sia il Tav, le navi Ong oppure gli ambasciatori che vanno e vengono dalla Francia.

La realtà della Sardegna è quella di un paradiso che poteva diventare una cassaforte piena di ricchezza per tutta l’Italia, ma che l’ignoranza di una classe politica ha ridotto a una sorta di enorme poligono per marmittoni scatenati e di base per sommergibili atomici, oltre che passerella per mignotte e calciatori in cerca di visibilità. 

La Sardegna è la massima espressione di quelle ricchezze italiane che l’Europa dei banchieri ha voluto nascondere, penalizzare, umiliare.

Con  il consueto trucco della censura dell’informazione, della manipolazione dell’opinione pubblica, tanto cara ai finanzieri. E vale la pena di premettere che per molti versi la realtà sarda è simile a quella lomellina, non solo perché in Sardegna si coltiva riso grazie a un ingegnere mortarese, Angelo Omodeo, ma anche perché l’attuale dramma degli allevatori sardi è esattamente quello vissuto (e ignorato) dagli allevatori lomellini, che si sono visti scippati di un patrimonio zootecnico straordinario: basterebbe citare le marcite, estinte grazie alla “euro stupidità”.
La Sardegna è la patria delle spiagge più belle del mondo, spiagge rosa, bianche, che si affacciano su un mare a due passi dal cuore dell’Europa. La Sardegna è sede di produzioni agricole di assoluta eccellenza, non solo latticini, ma olio, pomodori, prodotti ittici, carne suina e bovina, vini da primato assoluto, come Vermentino, Cannonau e Vernaccia. Sardi sono i più singolari e apprezzati prodotti da forno, sardi sono liquori apprezzati ovunque, dal Mirto alla grappa “Filu ferro”.
Con un centesimo di tutto questo in Croazia hanno creato un flusso turistico da primato, mentre l’ignoranza della politica italiana degli ultimi 30 anni ha trasformato l’isola della Maddalena nella base per sommergibili nucleari e ha destinato aree enormi a poligoni di tiro per aerei di tutto il mondo e per carri armati. Aree dove si effettuano esercitazioni militari che hanno distrutto spiagge e tratti di mare meravigliosi. Poi è arrivata la speculazione edilizia che si è accanita su una parte minima dell’isola, scelta come meta quasi forzata per quel popolo di personaggi televisivi che andavano in Sardegna con al seguito i fotografi delle riviste scandalistiche, per far vedere il sedere o per far finta di innamorarsi di chissà chi. 
Un esercito di nani e ballerine ovviamente guidato dal naturale condottiero di quel popolo di cartapesta, cioè il Silvio che per molti anni ha occupato un pezzo di Sardegna con al seguito musicisti partenopei, ministri senza mutande, escort da strada, impresari delinquenti e giornalisti ricattatori. 
Intanto il cuore della Sardegna, il suo popolo fiero e duro come il ferro delle sue miniere, iniziava a sanguinare, a vedere le sue produzioni umiliate, strumentalizzate, penalizzate. Perché qui non importa che il pecorino sia veramente sardo, ma importa che si dica che sia sardo.
Una logica della falsità, della bugia abituale che ha distrutto, non solo in Sardegna, un tessuto agricolo che dava lavoro, che era presidio per il territorio, meccanismo di difesa delle aree abitate.
La sapienza dei pastori è stata barattata con l’ignoranza da “Grande fratello”, il selfie del calciatore è stata barattato con la salvezza di spiagge che potevano trasformare in oro il turismo. Un turismo evoluto, fatto di servizi per turisti veri, di trasporti facilitati da una programmazione rispettosa del territorio. Questa è stata l’Italia e questa è stata la sofferenza di una regione che in passato aveva dato due presidenti della Repubblica, Segni e Cossiga, due leader politici di valore assoluto, come Gramsci e Berlinguer. 
Ora la Sardegna deve essere il banco prova di quel cambiamento che sta rivoltando non solo l’Italia ma l’Europa. Il coraggio e la determinazione dei pastori sardi ridotti a gettare via il loro latte, il loro lavoro, deve essere premiato da una inversione di tendenze che sia nel segno della verità e non delle pagliacciate che caratterizzano l’agroalimentare. La rivolta dei pastori sardi è la rivolta di un’agricoltura italiana umiliata da ministri incapaci, da un’agricoltura non conta niente, da organizzazioni agricole che non hanno alcuna intenzione di occuparsi dei problemi reali del mondo dei campi. 
Perché se così non fosse l’intera Sardegna non sarebbe una polveriera e l’agricoltura non avrebbe diventata un gerontocomio dove il lavoro è sparito ed è sparito ogni potere contrattuale verso le controparti.
Ora il governo ha una cosa solo da fare: pagare il latte e chiedere scusa a nome dell’Italia intera.

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata