Giovedì 20 Giugno 2019

Quando non ci speri più

Certi ricordi sepolti aspettano solo uno squillo di tromba. Corpi nudi ad aspettare un paio di scarpe e un vestito qualsiasi per riprendere il viaggio. E la Vita sempre pronta a stupire, anche quando ormai non ci credi o non ci speri più. E quello che chiamiamo il “caso” sempre a rotolare tra i piedi. Quello che possiamo e dobbiamo fare è aprire la porta allo stupore, alla novità, a quello che l’oggi ha da dirci.

Ho già fatto quel tratto di strada altre volte, ma solo oggi mi accorgo del cartello stradale che indica la via da seguire per Sozzago (provincia di Novara). 

Sozzago?! 

Eccolo, lo squillo di tromba. Un piccolo paese visto una sola volta tanti anni prima e poi mai più. E tutto per una dimenticanza. Un po’ per colpa mia e l’altro po’ per via di quel genio mezzo “matto” da cui papà, appena finita la scuola elementare,  mi mandò per imparare il mestiere di lattoniere-idraulico. 

Carattere spigoloso, ipercinetico e grande maestro nella sua arte. 

Uno di quegli uomini che non fanno sconti, soprattutto a se stessi, e molto, molto esigenti. Stetti con lui solo quattro anni e il tempo di farmi rompere le ossa per bene. Poi, sempre papà mi cercò un posto, sempre per quel lavoro, in città e più “blasonato”: 

“Imparerai anche altre cose”. 

Vero, ma solo in parte. Il perché me lo disse il maestro nel salutarmi: “Quello che hai imparato qua, non sarebbe stato possibile da nessun’altra parte”. 

Vero. Ma  vero anche che operai così geniali non ne ho incontrati più.

Toccava a me il compito di preparare gli attrezzi per lavori da fare in paese o fuori. Lui mi diceva solo prepara questo o quello e non controllava mai. Quella volta partimmo per Sozzago senza la matassina di canapa necessaria: dimenticata. Anche per via dell’eccitazione del viaggio in moto che avremmo fatto. E che moto! Una Matchless 350, rossa e con il sidecar. Quanto mi ha fatto sognare quella moto! Che poi m’insegnerà a guidare sui 14, 15 anni.

“E la canapa dov’è? Adesso ti cerchi una bicicletta e vai a prenderla. E cerca di fare in fretta!”. Facile trovare una bicicletta, ma nessuna idea da che parte dovessi andare. 

Raramente uscito da Cilavegna e quello, per me, un mondo completamente sconosciuto. 

“Vai a prenderla”… Sì, ma quale la strada da prendere? Che nel venire, e nell’ebrezza della velocità, non avevo visto nulla? Forse solo tredici anni e una gran voglia di piangere.

A un vecchio seduto fuori dall’uscio chiedo aiuto. 

“Segui questa strada fino ad arrivare al canale, e poi segui la corrente e troverai il paese che cerchi”. 

E così feci. 

Oltre la primavera fuori, c’era anche quella che avevo dentro. Tanto da trasformare quel viaggio punitivo in una galoppata di libera felicità. Pestare sui pedali sì, ma anche mille cose attorno da guardare, ammirare, come certi e sconosciuti campanili lontani. 

Sì: un canto di libertà. 

Un conto è il dovere e altra cosa la mia voglia di vivere, di correre. Forse fin d’allora sentivo la voglia di armonia, alla quale non volevo né potevo sottrarmi. E al diavolo la canapa e tutto il resto. 

Una volta tornato a Sozzago (quanti chilometri tra andata e ritorno? Non lo so. Forse trenta o quaranta, ma che importanza ha?), non trovo né il principale né la moto. 

Che arrivano poco dopo: “Ma si può sapere che strada hai fatto?”. Pentito, mi era venuto incontro.

L’ho rivisto, il mio vecchio maestro, geniale e “pazzo”, una ventina di anni fa. A Cilavegna e in un parco dove avevo portato le mie nipotine a giocare. Tra le altre cose chiesi che fine avesse fatto la moto. “E’ andata”…

Ora, e da pochissimo, se n’è andato anche lui. 

L’ho saputo per caso. 

Così, una volta informatomi, ho scritto una lettera alla moglie, la mia “padrona” di allora. Per dirle che di allora, di quel tempo, non ho dimenticato nulla.

 Che tutto è nella mia memoria: tutto. 

Nomi e volti e momenti. Come avessi davanti una fotografia e saper dire, per esempio, qual era la collocazione di ogni attrezzo in officina. Vivo il ricordo di suo papà Pidrin e la sua voglia di spararle grosse, come la macchina per fare i salami: “Da una parte entra il maiale e dall’altra escono salamini. Se la fai girare al contrario, i salami ridiventano maiali”. Non ci credevo, ma lo stesso rimanevo a bocca aperta. Suo suocero Giuseppe e la moglie Marietta di Novara. 

Marietta? Donna bellissima e raffinata. Sempre in camicetta bianca immacolata e capelli fermati all’insù, come le dame della Belle Epoque e ritratte dal Boldini. Forse ne ero segretamente e precocemente innamorato. 

So solo che quando la vedevo era vedere un raggio di sole. Per non dire della “paniscia” che sapeva preparare, per quelle volte che andavamo a Novare a lavorare. Una gran donna.

E come dimenticare Fabrizia e Stefania, le sue figlie? La prima nata nel ’54 e la seconda nel ’56, pochi mesi prima del mio andare via. 

Un po’ meno tenuta in braccio rispetto a Fabrizia e tutt’e due bellissime. Tenute in braccio e poi mai più riviste. E il mio numero di telefono messo in fondo alla lettera. Che suona. 

“Pronto!” . “Sì, pronto. Sono Fabrizia, la figlia di Nini ed Elvezio”. Vi sono momenti in cui il cuore devi tenertelo ben stretto. Una voce sconosciuta che ti arriva da una distanza di 63 anni. 

“Volevo dirle che ho trovato la lettera e letta anche a mamma, che mi ha raccontato il resto. Grazie con tutto il cuore”. “Lunedì prossimo porteremo al cimitero le ceneri di papà, nella tomba di famiglia…” Ci sarò. 

Lunedì, e le ho davanti. Mamme e nonne  a loro volta. Con le nipotine a salutare il bisnonno regalandogli un pupazzetto. I bambini che danno gioia sempre e sempre sanno giocare. 

Niente lacrime e solo ricordi belli. La gioia di ritrovare un po’ di  quello che avevi perso e quel velo di malinconia che subentra a ogni nuovo saluto. Con la solita domanda che ti accompagna sempre. 

Cioè cosa sia il tempo e quali luoghi abita?

Le scarpe e il vestito mancanti perché la storia potesse continuare. E inutile dire che il “canale” di quel giorno lontano è lo stesso di oggi, che incontro quotidianamente nel mio vagabondare. E dove a Muso piace tanto nuotare. 

In piedi, a metà ponte, guardo l’acqua che arriva e appena oltre quella che se ne va. La stessa, ma pare di significato diverso. Il ponte come momento presente, tra passato e futuro.

P.S. Sono andato a trovare Nini a Cilavegna. 93 e prosciugata che più non si può. Un filo di voce e il poco udito rimasto. Gli occhi a vedere solo ombre e mente incredibilmente attenta. 

“Sono molto contenta che sei venuto…”. 

“Nini, cosa ti ricordi di quel tempo?”. 

“Tutto, ricordo tutto. Sono molto contenta, anche se mi dispiace non poterti vedere. Lasciati toccare”. 

“Ti ricordi il mio viso di allora?”. 

“Altroché, se me lo ricordo”. 

“E’ sempre quello, sai.  Un po’ sono rimasto lo stesso ragazzo che hai conosciuto”. 

“Che peccato non poterti vedere!”. “Nini, adesso ti faccio sentire il mio cuore”. 

Prendo la sua mano, e con le mie la premo forte sul mio petto. Poi è solo tempo di andare…


Mario Omodeo © Riproduzione riservata