Venerdì 29 Maggio 2020

Quando l’attualità si divide tra ieri e domani, tra ricordi malinconici e il punto interrogativo che ci aspetta nel futuro

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  • 12 Febbraio 2020

Caro direttore e caro Vittorio, prima di tutto un caro augurio per il nuovo incarico. E poi per dire che sono stato fermato per strada e mi è stato chiesto che fine avessi fatto, visto che da un bel po’ manco dall’Informatore. Ho risposto che sono a corto di idee e non so cosa scrivere. Che mi sento come un pozzo asciutto o un fiume in stanca. Di non sapere se e come l’acqua possa tornare e in quale misura. Che ho provato anche ad allungare la catena del pozzo e invano: nel secchio neanche una lacrima. Che non so come sia successo e non rimane che aspettare.

“Perché mentre aspetta non prova a scrivere qualcos’altro, magari di meno impegnativo  (scrivere dei propri ricordi è difficile, anche se non pare)? Provi a dire sull’attualità. Ci provi, se non vuole arrugginire del tutto”. Glielo prometto e ci salutiamo. Già. Quale attualità, se oltretutto mi mancano le parole? Intanto, e a proposito del pozzo, mi tornano, e da molto lontano, le parole di una brevissima poesia di Elizabeth Barrett-Browning: “Avevo sete/e sono andata al pozzo. Avvolto alla catena/un convolvolo. Ho cambiato pozzo”. A dire che per non rovinare certe cose si può anche rinviare la sete. 

E allora quale attualità? Forse quella sempre più frequente e tragica dei tanti schianti del sabato sera (e non solo)? Quella dei tanti giovani che vanno a morire  così e senza un perché? Delle tante fotografie sulle quali poi piangere? Dei tanti e troppi dolori poi murati dentro? Giovani senza divisa a morire in una guerra da nessuno dichiarata, senza mai aver imbracciato un fucile  né mai sparato un colpo. A morire trapassati da pallottole vagabonde, mezze ubriache di stanchezza e desiderose di sonno. Pallottole sparate in orari impossibili e da posti con orari altrettanto impossibili. Così se ne vanno e in modo insopportabile tanti giovani e, appunto, senza un perché. Figli e figlie di tutti. E il futuro e noi costretti a farne a meno. Che tragedia! Tragedia dei nostri tempi, quasi fosse un prezzo da pagare. E io so, per il mestiere che ho fatto, cosa vuol dire andare a suonare un campanello per dire quello che nessun genitore vorrebbe mai sentirsi dire. Conosco lo sgomento e la voragine ad aprirsi sotto i piedi. Le lacrime delle mamme e delle donne hanno, sempre e purtroppo, un valore aggiunto. 

Di quale attualità parlare? Quella politica e di certi politici? Meglio lasciar perdere. O forse solo per dire che per metà noi cittadini meriteremmo di più, e per l’altra abbiamo quello che ci meritiamo. Che siamo un paese per metà serio e cialtroni per l’altra metà. E mi fermo qui.

Quale attualità? Quella dei tanti barconi che ce la fanno a toccare terra o quella dei tanti che perdono il loro carico di disperati e di quella che dovrebbe essere umana pietà? Corpi, anche di bambini, come relitti in fondo al mare o in balia delle correnti spiaggiati qui e là. Anche bambini non ancora nati e il ventre della mamma una doppia tomba. Un problema enorme e di non facile soluzione. E dunque…

Forse l’attualità della sala d’aspetto piena e non sapere con chi scambiare una parola, perché tutti chini e ripiegati sul proprio cellulare? Tutti lì a raccontarsi stralci di una favola molto triste. A decodificare piccole scatole nere che, neanche tutte assieme, saprebbero svelare il perché del disastro. Come una Cassandra qualsiasi, temo che un giorno il prezzo da pagare possa essere troppo caro. Per il  momento mi accontento di passare per lo scemo del villaggio (globale), visto che io il telefonino lo so usare poco e male. Il più delle volte in tasca mi giace scarico e va bene così. Tanto non mi cerca più nessuno.

Proviamo a parlare di quell’altra triste, tristissima attualità delle tante e troppe donne e le violenze da loro subite? Dei tanti e insopportabili femminicidi? Domandandosi, magari, in quali abissi stia sprofondando l’uomo? In quali caverne antiche stia tornando? E perché, in modo così violento, sia tornato a brandire la clava? L’uomo, e la sua infantile pretesa di dominare il mondo. L’uomo e quel chiodo fisso a tre punte piantato in testa: sesso, soldi e pancia piena. Cioè: potere. A considerare la donna – anche se per fortuna non tutti gli uomini sono così – alla stregua di un oggetto, magari da usare e buttare, e non un soggetto di pari, se non superiore, dignità, da rispettare e , se il caso, amare. Forse la violenza è solo per punire la loro superiorità. Ma l’uomo sta forse perdendo la ragione? Purtroppo è così. Messo alle strette, dalla ragione appunto, reagisce perdendone del tutto il lume. Allora alza la voce e purtroppo anche le mani. O se ne va, nei casi migliori, sbattendo la porta. E non dimentichiamo quei tanti uomini (uomini?!) che, come massimo della goduria, vorrebbero la propria compagna mamma di giorno e amante di notte. Una immaturità altrettanto insopportabile. 

Per questo, e perché anche io ho le mie colpe, dedico a tutte le donne parole che io non saprei trovare, nemmeno se l’acqua rientrasse nel pozzo a fiumi. Parole di Shakespeare, e più che mai attuali: “Per tutte e violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata (per fortuna oggi non è più così), per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna!”.

Una casa.

Per pavimento

Piastrelle di terra.

Per soffitto

Un lembo di cielo.

Per luce e calore

Una donna.

E poi certo, le infinite attualità positive e non poche quelle eroiche. E il loro fare poca o nulla notizia. Ma che il conto lo pareggiano eccome. E’ pur sempre la nostra e altrui vita. 

E anche una briciola della mia quotidiana attualità. Quella della Trilly, la cagnolina che non aspetterà più il mio passare e che, ultimamente, il biscottino dovevo sbriciolarglielo. Anche Guenda, della stessa razza di Muso, se n’è andata, carica e stanca dei suoi anni. Muso, appunto, veleggia attorno ai sessant’anni, rapportati a quelli dell’uomo, e ogni tanto penso a chi dei due “toccherà” prima. Se a lui, e lo so già, mi toccherà intaccare la riserva delle lacrime; se a me, e per via dei regolamenti che lo vietano, neanche potrà accompagnarmi al cimitero. E poi…

E poi, perché non dirlo, mi pesa il silenzio degli amici che non ci sono più. Il silenzio degli amori andati. Il fatto è che quando diventi vecchio i ricordi e la memoria diventano futuri possibili. E più che altro interiori. “La memoria – diceva Bloch – è come ritornare sul campo di battaglia per recuperare morti e feriti. Curare gli uni e dare agli altri degna sepoltura e per una nuova Patria”. Eppure, a volte, la Memoria si tende a calpestarla e non tenerne nessun conto. 

Ritornerà l’acqua nel pozzo? Questo proprio non lo so. E non so neanche se la persona incontrata sarà contenta di quello che ho scritto. Forse non lo sono nemmeno io.  Io so che continuo le mie lunghe camminate mattutine, se pure a passo un  po’ ridotto. E se qualcuno mi domandasse quale sia stato il viaggio più bello, non avrei esitazione a dire: quello (se mi sarà concesso) che farò domani. Mai fatto prima e completamente nuovo.


Carissimo Mario,

bentornato! La sua riflessione appassionata e carica di sentimenti è un invito a riflettere. E lo è soprattutto per noi, poveri giornalisti, che siamo costretti a fare i conti con l’attualità... quotidianamente. Il suo intervento tocca così tanti temi che per sviluppare una risposta adeguata servirebbero due pagine di giornale! Vede Mario, viviamo in mondo che si muove ad una velocità pazzesca, in cui i ritmi della vita sono diventati frenetici. O peggio, schizofrenici. Una vita in cui l’aspetto umano è passato in secondo piano. Pensi solo al mondo dei cosiddetti media e della spasmodica richiesta di informazione che si è venuta a sviluppare grazie all’uso sempre più frequente dei social network. La rivoluzione digitale ha accompagnato un inevitabile aumento della curiosità legata a quello che è accaduto poco fa. Pochi istanti fa. E’ questa l’attualità? Per non essere travolto da questo vortice, in grado solo di generare un caos di dati, immagini e informazioni, che magari non hanno nulla a che vedere con  il significato vero e ultimo di notizia, credo che ognuno di noi debba ritagliarsi un momento di pace per godersi la propria “attualità”. Che può essere fatta anche di ricordi. Di pace. E, perché no, di sana nostalgia. Un tuffo sentimentale in un passato popolato di persone care, ricordando anni belli e lontani. Anni in cui un “buongiorno” per strada non si negava a nessuno, anni in cui i nonni insegnavano le regole partendo dal rispetto del regolamento condominiale che disciplinava gli orari in cui era consentito giocare in cortile, anni in cui il quartiere Mimosa aveva il più bel giardino di Mortara. I nostri ricordi, i nostri affetti, i nostri sentimenti assomigliano quasi ad una fionda che prova a portarci indietro nel tempo, ma che poi, inevitabilmente, per inerzia quasi ci lancia verso il futuro. Verso il nostro domani. Verso la nostra nuova “attualità”.  Verso il viaggio più bello.

Mario Omodeo © Riproduzione riservata