Mercoledì 12 Dicembre 2018

Quando la festa è finita (Torno da solo a casa mia) A Molla si

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  • 27 Ottobre 2018

Aspettava la stagione invernale e le feste erano quasi tutte finite. E si sa, come dicevano i Rokes negli anni '60 “Quando la festa è finita torno da solo a casa mia, anche un giornale di ieri vale qualcosa più di me...”
Come già scritto, Molla era adagiata ai piedi delle colline. L’avevano chiamata Molla perché qui era tutto mollo. Era mollo il terreno, dove si facevano buchi con facilità per metterci i rifiuti, buchi dove la gente grigia cadeva mollemente. Erano molli i ponti che rimanevano mollemente a guardare l’acqua che scorreva. 
A Molla avevano pensato un’idea geniale: tutti i paesi si chiamavano Molla, tutti uguali, così nessuno poteva rompere le scatole a Molla. Ovunque e in nessun posto.
Ed essere mollo era un vanto. Per dire di uno che era tosto dicevano “Quello lì è un mollo!”
 Tutti erano così. Molli.
Ed era anche un bel risparmio, perchè i segnali stradali erano tutti uguali e indicavano un posto solo, Molla.  A destra si va a Molla, ma anche a sinistra e diritto. 
Facilissimo, non si sbaglia mai strada.
E a Molla era cambiato anche il modo di salutarsi. 
Perché era obbligatorio, quando ci si incontrava, dire “Dumabèn”. Si diceva fosse un termine di molti anni indietro, che serviva a conservare le tradizioni, le tipicità, i sapori e le biodiversità. Il significato ancestrale era “Sono felice, va tutto benissimo e godo della tua felicità”. 
Ma tradizioni, tipicità e biodiversità non esistevano più da un pezzo. La gente si incontrava per strada e si doveva dire “Dumabèn”. 
L'estate appena trascorsa da un  pezzo era stata tutta un  fermento di feste di ogni genere. Perché a Molla tutti volevano fare festa, ma solo pochi prendevano i soldini, i Tromba, mentre tanti, i Gugu,  pagavano per far godere i Tromba. Perché a Molla i Gugu cantavano “Vogliamo prenderlo nello stoppino!”. E ci riuscivano alla grande.
Tra le feste più gettonate c'era infatti il “Paga Gugu”, ovvero la “Festa delle balle”, che era una sfilata con trombe giganti che si suonavano a spinta, e chi spingeva di più suonava di più e pagava di più. Ogni tanto la sfilata si fermava e veniva illuminata con i lampioni spenti.
Ma le feste non interessavano, in realtà, a nessuno, servivano solo ai Tromba per incassare soldini pagati dai Gugu.
E per giustificare la festa i Tromba si erano inventati la passione per l'arte. “L’arte innanzi tutto, la poesia, i castelli. W le balle!”, dicevano i Tromba, intanto che intascavano i loro soldi e i Gugu partecipavano e pagavano. Perchè a Molla erano sempre i poveracci, i Gugu, a pagare.
Ed ora, mentre incalzava l’inverno, i Tromba erano intenti a spendere i soldi sottratti ai Gugu. 
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A fare i conti erano  Miss Hann, una specie di finnica, allampanata, altissima e laureata, poi Kool Peeral, un giovanotto campione di accelerazioni con rombo, che raccontava che a Molla nessuno era come lui, un mollo top. Infine c’era Hin Mann, un anziano di origini orientali, nonostante il nome tedesco, che si diceva gran sacerdote de “Il Nero”.
Loro tre,  Miss Hann,  Kool Peer e Halin Mann governavano la festa e poi “erano costretti” a fare i conti. Cioè a incassare i soldini.
Uno preferiva mettere i soldi sotto il cuscino, l'altra comprarsi la borsa, l'altro adorava le cravatte e ne comprava a manciate, i suoi estimatori dicevano “Al cravatòn dal cuiòn”.
A Molla avevano anche pensato di mettere in un cesto tutti i tesori della città, e lo avevano chiamato “Il cesto del cesso nero”, come strategia di comunicazione. Perché le feste di Molla erano tutti all'insegna del Nero, una specie di magica divinità locale che impediva al soldini di lasciare traccia nel territorio. Era una biodivinità. 
Così le mille feste, quella del gambero soprattutto, ma anche quella del fumo, del patatone grasso, del buco per terra, del pistolotto, erano un gran successo per il Nero. Ma per essere sicuri del successo a Molla erano gli organizzatori delle feste a giudicarle. Proprio così. Come se fosse il pesce a volersi pescare. 
In un primo tempo era stato il Maghèr a giudicare tutto. Il Maghèr era un tipo basso e ignorante e con  una “erre” che faceva drizzare i capelli, un “Piràl” come dicevano nei campi di Molla, che però riusciva sempre a dire quello che gli dicevano di dire. Poi non bastava il Maghèr e arrivarono altri giudici di se stessi. Dicevano “la festa è bellissima”, ma erano loro a organizzarla e non potevano dire nulla. “Avanti così, diceva Parpalòn Gnurantòn, un comico locale che era stato nominato “Presidente di tutto e del contrario di tutto”, la massima laica di Molla. Lui assaggiava le patatone di Molla e diceva che erano buonissime, divorava la Polenta Molla e sprizzava gioia: era il più entusiasta giudice di se stesso e Molla ne era orgogliosa,
Al massimo della potenza Miss Hann,  Kool Peer e Halin Mann avevano anche deciso di lanciare citazioni dotte che illuminassero i Gugu e li emozionassero. E così  Parpalòn Gnurantòn lanciò alla fine delle feste un suo messaggio “Quant al cu al vena frust i patarnoster i diventàn giust”. E fu un successo. Qualche sciocco dubitava che il motto fosse davvero il suo, ci fu chi lasciò intendere che era già stato detto da un altro presidente, molti anni prima. Ma  Parpalòn Gnurantòn non si accorse di nulla.
Questo era l'orgoglio di Molla! “W Molla, dumabèn”, dissero i Gugu che si preparavano a lanciare una raccolta fondi tra i poveri in vista del Natale, dal titolo “Facciamo godere i ricchi, paghiamo io!”. Una iniziativa sostenuta con forza dal “Gruppo Bèva Meno”, un sodalizio che raggruppava i ladri con problemi di digestione che successivamente era stato organizzato per garantire le feste di Molla. Questi ladri non potevano stare insieme in una stanza chiusa perché “Mulàvan”, cioè riflettevano e sorridevano troppo, e allora si accalcavano in strada dove guardavano passare i Gugu e li salutavano accogliendoli con il dito medio teso. Un gesto che a Molla significava “Siamo sempre stati tanto amici”.
Ma alla sera tornavano a case e nell'orecchio gli ronzava la voce di Shel Shapiro, il capo dei Rokes, che cantava “Quando la festa è finita torno da solo a casa mia, anche un giornale di ieri vale qualcosa più di me...”. Verissimo.

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