Sabato 16 Novembre 2019

Primo giorno di primavera

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  • 21 Marzo 2019

Negli orti e nei giardini sono già esplose fioriture di ogni tipo e in campagna il vento gioca con la siccità, portando via nuvole di terra rubata ai campi appena arati. Sono già fioriti i biancospini e sulla stessa riva di fosso una discarica continua, a segnare il principio e la fine del senso civico. 

Con un po’ di pazienza trovi di tutto e il resto è giù, nell’acqua annegato, compresa la nostra educazione. Gli ultimi arrivati sono due o tre scatoloni pieni di videocassette che domani, so già, qualcuno tirerà fuori in cerca di quella che fa al caso suo. E infatti…

Nonostante il vento la quercia resiste a mantenere al suo posto le vecchie e secche foglie. Saranno le gemme nuove a dar loro il colpo di grazia. Il resto della festa di primavera è lì, ad aspettare quattro gocce di pioggia, per dire: aspettatemi che ci sono anch’io.

Muso, che ha l’orecchio più fine, ne sente il rumore e si volta prima di me. Eccolo là, in fondo, a caracollare nel fondo strada irregolare e venire verso di noi. A passo lento. Ci facciamo di lato. Sorpresa! Invece di uno, i camion sono quattro, in fila indiana. Strapieni di fanghi puzzolenti da consegnare. A occhio e croce almeno cinquecento quintali. 

Ci passano davanti e gli autisti a farci il cenno di un innocente saluto. Loro non c’entrano niente. Lenti, ma pure anche loro a sollevare un po’ di polvere. Anche per via della puzza, meglio tapparsi il naso. Non per muso, che per quell’odore va matto e non vede l’ora di rotolarcisi dentro. Si può tutto, ma non chiedergli di essere un cane pulito: bello e impossibile. Altra cosa se ne fai un cane di città e da passeggio. Credo, però, che sia un cane felice. Libero di correre e di tuffarsi dentro qualsiasi acqua, anche marcia, se è il caso.

I quattro camion ci passano davanti lenti e senti la ridotta nelle marce. Li identifico con i  Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Di più. Come colonna sonora del film che ci passa davanti, immagino quella di “Così parlò Zarathustra” di R. Strauss, in quell’altro e bellissimo tragico film “2001, Odissea nello spazio”. 

Tutto questo, immagino, mentre vanno a passo lento, di parata, a consegnare il loro carico fatto anche di veleni, quanto non si sa. Ma si sa che nel giro di pochissime ore verranno rivoltati sotto e la terra a custodirne i segreti. Per poi rivelarceli piano, in quello che mangiamo e beviamo. 

Anche da mezzo metro sotto ne percepisci le esalazioni. Forse  a fare un giro di notte assisteremmo a quello che in certi cimiteri è il fenomeno dei fuochi fatui. Fiammelle azzurrognole salire, sbucate dalla terra. Non le anime dei defunti a salire in cielo, come poeticamente è bello pensare, ma solo prodotti gassosi di corpi in decomposizione. Primo giorno di primavera e una puzza da non dire. E non è finita. 

Il canale è in asciutta e nell’alveo c’è di tutto. A parte la messa a nudo dei basamenti dei ponti sempre più malmessi. 

Ruote di camion con cerchioni sono rotolate lì dentro non si sa come e un frigorifero ostruisce buona parte della luce di un ponte. E tanto altro. Per quanto ne so, le asciutte proprio a questo, dovrebbero servire: alla pulizia e alla manutenzione.  A chi tocca, visto che gli agricoltori quell’acqua la pagano? 

Chi prende soldi non avrebbe anche dei doveri? 

O basta che quell’acqua arrivi comunque a destinazione? 

E a chi tocca la manutenzione dei ponti? Niente paura. Ancora pochi giorni e l’acqua tornerà, pietosa coperta, a coprire tutto (…).

Davanti alla mia “cattedrale-che-non-c’è”, guardo oltre il canale e mi prende un colpo. A Filemone manca Bauci! L’albero che la rappresentava non c’è più. Non c’è più il grande pioppo, se pure la leggenda vuole Bauci un “profumato tiglio”. Leggenda che merita di essere raccontata, se pure nella sua essenza. “Filemone e Bauci erano marito e moglie. Sposati da tantissimi anni e sempre vissuto felicemente uno accanto all’altra, sebbene poverissimi. Anche se vecchissimi erano uniti da un grande affetto. 

Una sera, mentre si trovavano sulla soglia del loro casolare, videro avvicinarsi due mendicanti, che chiesero un po’ di carità, dicendo che in tutte le altre case erano stati trattati in malo modo. I due sposi si commossero e diedero loro da mangiare, per poi dare il loro letto, affiché  potessero riposarsi. 

Al mattino dopo i due ospiti si rivelarono: non erano due mendicanti, bensì Giove e Mercurio, venuti sulla terra per verificare il comportamento degli uomini. Vollero premiare i due sposi chiedendo loro quale fosse il loro desiderio più grande. Guardandosi negli occhi, Filemone e Bauci risposero che il loro unico desiderio era quello di poter morire assieme, come assieme erano vissuti per tanti anni. 

Le due divinità accondiscesero e vollero concedere anche qualcosa in più. Quando Filemone e Bauci erano ormai prossimi alla morte, gli dei trasformarono l’uomo in una possente quercia e la donna in un profumatissimo tiglio. I due vecchi, trasformati in alberi, continuarono così a vivere, accarezzandosi ad ogni soffio di vento tra le fronde”.

Filemone  e Bauci erano lì, per me e da tanti anni, a qualche centinaio di metri oltre il canale. Una quercia e un pioppo. Uno di qua e l’altra al di là della stradicciola a guardarsi. Sono andato e vedere e Bauci è stata segata a livello del terreno. Quasi mi metto a piangere. Cerco di darle un’età contando gli anelli e arrivo fino a quaranta. Oltre non è possibile, perché il legno dell’anima è stracciato. Segatura sparsa, e un pezzettino di legno da portare  a casa da ricordo. 

Abbraccio Filemone, come faccio sempre per ogni quercia, per fargli sentire che il dolore è anche mio. Almeno un paio di volte la leggenda l’ho raccontata a chi in viaggio sulla Francigena. Ricordo gli occhi lucidi di una ragazza di Torino, a dirmi che quello, per lei, era stato un buon inizio di giornata. Ancor di più quando le dissi che l’acqua del canale arrivava proprio dalle sue parti. Da lì, fotografie al Canale, a Bauci e a Filemone.

Erano lì, assieme da tanti anni, e Bauci mi mancherà molto. Mai tanto quanto a Filemone.

Nella fessura, tra un mattone e l’altro del ponte, un fiorellino di umile bellezza vuol farmi credere che è lì solo per me. E anche per Muso, straordinario compagno di cammino.


Mario Omodeo © Riproduzione riservata