Giovedì 21 Marzo 2019

Non facciamo piangere il re

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  • 12 Dicembre 2018

Negli anni ‘60, quando la dignità per molti aveva ancora un senso, quando un amministratore delegato guadagnava 10 volte la paga di un operaio (e non 300 volte) il premio Nobel Dario Fo scrisse una canzone dal titolo “Ho visto un re”. Diventata poi una specie di inno del proletariato milanese, con le interpretazioni del gruppo de “I gufi” e di Enzo Iannacci. Il testo dice, tra l’altro, che... “sempre allegri dobbiamo stare perché il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale che diventan tristi se noi piangiam...”. Altrimenti, diceva la canzone, il re piange e le lacrime annacquano il suo calice di vino.
A circa 55 anni da quella canzone è difficile trovare niente di più attuale. 
I potenti del terzo millennio i banchieri, gli industriali, i finanzieri che possiedono i giornali, i mafiosi che si sono accomodati in politica, vogliono che i cittadini siano felici di subire, contenti di pagare, in  uno stato di sofferenza entusiasta che non rovina il loro ghiotto “calice di vino”, che non lo annacqui. 
Per averne conferma basta osservare la reazione del potere di fronte ai recentissimi dati diffusi dal (Censis Centro Studi Investimenti Sociali). In quello studio del Censis si afferma che gli italiani sono incattiviti e arrabbiati. E questo ha fatto scattare i trombettieri dei giornaloni del potere che hanno puntato l’indice contro il governo, come fanno ogni giorno, persino da prima che il governo esistesse, come fanno ogni giorno dando alla legge finanziari non ancora varata ogni colpa di disastro economico.
Il Censis dice che la gente non ne può più, ma questa volta anche che il gregge italico impegnato a inneggiare a CR7, oppure al rapper “Bello figo”, il gregge che osserva con distacco le nuvole nere dei roghi dei rifiuti, che da decenni accetta che i suoi giovani abbiano scuole disastrate e programmi di studio ridicoli, il gregge che fa lo slalom tra i buchi delle strade e che prenderà un biglietto del treno per andare in autobus, quel gregge che si vorrebbe di utili sciocchi si sta, come dire, incazzando da bestia. 
Non si può ancora dire come in Francia, dove industriali e finanzieri hanno messo in sella il piccolo Macron per farsi gli affari loro, e adesso si sono accorti che... tutti se ne sono accorti. Però.
Ma non basta, il Censis ha “scoperto” che gli immigrati portano via il lavoro agli italiani, che in Italia gli industriali guadagnano sempre di più e gli operai sempre meno, che i disoccupati sono arrabbiati, che mentre in Francia dal 2000 ad oggi le paghe degli operai sono aumentati di 6000 euro l’anno, in Italia di soli 400 euro. Cioè 400 euro di aumento annuo in 18 anni. 
Il Censis allora annuncia che nella ricerca di opinioni tra le gente, i parei sono governati dalla rabbia, quella gente rigorosamente ignorata dai governi che da 20 anni hanno strapazzato la penisola e si sono ingozzati di denaro. 
Rabbia perché per anni gli interessi di chi voleva importare schiavi hanno fatto credere che le speculazioni fossero solidarietà, rabbia perché lo Stato dei Renzi, dei Berlusconi, dei Gentiloni, dei Monti, dava soldi ai ricchi per toglierli ai poveri, bloccava gli iscritti alle università per favorire i baroni che intendono il mandato universitario come una monarchia assoluta, rabbia perché sono state vendute tutte le aziende che inorgoglivano il Made in Italy per far gonfiare di soldi i finanzieri che possiedono giornali e televisioni.
Una cosa ovvia, scontata, ma che la casta dei ricchi imbucati nei giornali e nelle televisioni aveva scrupolosamente evitato di far sapere. Una banale “scoperta dell’acqua calda” si direbbe, perché in realtà lo si era ben capito già per lo stesso risultato del voto del 5 marzo, con la trombata affibbiata all’accoppiata Renzi – Berlusconi che già stavano preparandoo il loro governicolo dell’ammucchiata dei finanzieri e delle banche.
Ma allora cosa è successo dopo che il Censis ha scoperto l’acqua calda? 
Dopo un momento di sbandamento è arrivata la valanga dell’informazione di palazzo, il dilagare di opinionisti – buffoni che hanno lanciato l’allarme cattiveria, che significa allarme contro ogni possibile cambiamento. 
Allarme contro qualsiasi atteggiamento che possa interrompere la felicità dei ricchi, perché come dice la canzone di Dario Fo i poveri devono stare sempre allegri, per far felice il ricco.
Il povero deve puntare alla solidarietà, alla comprensione, all’accoglienza. Perché, come ha detto il presidente Sergio Mattarella, intento a prepararsi per la prima della Scala, “Nella società non ci possono essere scarti, ma solo cittadini di identico rango e di uguale importanza sociale. Una diversa visione metterebbe in discussione i fondamenti stessi della nostra Repubblica”. 
La domanda è: ma Mattarella dove vive? Perché non prova a dire la verità, perché non è nascondendo la verità che si può evitare la rabbia della gente per le profonde disparità che aprono un baratro sempre più largo tra la gente comune e i potenti. I potenti come Mattarella.
Perché Sergio Mattarella non  ha pensato a quelle migliaia di famiglie a cui è stata portata via la casa perché non più in grado di pagare il mutuo? Non toccava allora alle banche dimostrare che “Nella società non ci possono essere scarti, ma solo cittadini di identico rango e di uguale importanza sociale. Una diversa visione metterebbe in discussione i fondamenti stessi della nostra Repubblica”. Quelle banche che invece mettevano loro uomini, loro dirigenti o loro parenti nei governi che hanno dissanguato i meno abbienti per far ingrassare i potenti. Lo dice il Censis.
Ma il messaggio è sempre lo stesso che cantava Dario Fo: cittadini state buoni, non rattristate il potere, siamo tutti uguali. (Solo che qualcuno è più uguale degli altri, come faceva dire George Orwell ai suoi maiali). 
Cittadini non arrabbiatevi perché interrompete il gaudio del re, del ricco, del cardinale, che piangendo annacquano il loro calice di vino, il calice di vino con cui brindano nella loro torre dorata al disagio crescente dei cittadini.
Il disagio che finalmente, giustamente, correttamente, inevitabilmente, sta diventano rabbia. 
Sana, robusta, splendida, coinvolgente, contagiosa rabbia.

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata