Martedì 21 Maggio 2019

Ma davvero questi sono industriali?

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  • 27 Febbraio 2019

Un ristoratore che non ha clienti nel proprio ristorante guarda i tavoli vuoti del proprio ristorante e sbotta: ma possibile che qui nessuno  capisce niente di cibo? Insomma, siamo in crisi, ma la colpa è degli altri. Nel teatrino anti – cambiamento che ogni giorno ci racconta di spaccature, caos, razzismi, e altre paure contro cui ci si deve difendere tornando al passato, un posto particolare spetta allo strano mondo della grande industria, quello, a spanne, che si muove sotto il cappello della Confindustria. 

Nella lettura dei dati della crisi non si sa perché la Confindustria ogni giorno incolpa il governo. Ora, cosa c’entra il governo se le vendite di auto sono calate del 19 per cento? 

E cosa c’entra il governo se le esportazioni di manufatti italiani sono diminuite? Perché gli industriali non chiedono davvero misure che aiutino l’industria ?

In verità il governo di Giuseppe Conte sta cercando di recuperare sugli errori del passato, ha risolto l’enorme guaio dell’Ilva di Taranto, dell’Alitalia, sta cercando di rimettere in movimento i consumi con un reddito per chi è stato lasciato indietro dalle istituzioni.

 E infatti tante industrie si stanno muovendo in verso positivo, citiamo una per tutte l’azienda vigevanese – mortarese Ilpra, che pochi giorni fa ha debuttato in borsa. 

Un successo enorme.

La Confindustria oggi potrebbe davvero battersi per i gravi problemi che ostacolano il lavoro degli imprenditori in Italia, vale a dire una burocrazia soffocante che nulla riesce però a fare contro la corruzione. Battersi contro il peso di oneri contributivi insopportabili, tra i più alti del mondo, cui fanno riscontro le pensioni tra le più basse d’Europa. 

Battersi contro linee di comunicazione internet da terzo mondo, dove far viaggiare una mail diventa una scommessa. 

Battersi contro un sistema bancario che si occupa soprattutto di dare stipendi milionari ai suoi dirigenti. 

Battersi per diminuire quella selva di tasse e costi accessori che ogni ditta deve sopportare, dalle spese per una flotta di consulenti a tasse locali diventate un fardello non da poco. 

Invece il presidente di Confindustria, Boccia, si mette a volere la Tav, gli appalti per opere dalla dubbia utilità, a tartassare Conte, a fare una politica rivolta al passato,  come in una barzelletta che non fa ridere nessuno. O al massimo fa ridere Macron, la Merkel e compagnia cantante. Bravo Boccia!

Insomma, ma questi sono davvero gli industriali?  Ma non è il caso che la grande industria faccia un po’ di autocritica?

Un esempio per tutti è quella dell’auto, che in un anno ha perso quasi un quinto delle vendite, dove non esiste alcun collegamento tra le richieste del mercato e la produzione di auto. Vediamo perché.

In primo luogo è svanito un listino dei prezzi delle auto. Oggi esiste una selva di sconti, di vetture chilometro zero, aziendali, una confusione totale che non permette a nessuno di sapere quanto costa effettivamente una vettura. Una sorta di gioco delle tre carte che sta producendo effetti negativi per tutti.

Un altro fatto sorprendente è che, in realtà, le auto sono spesso le stesse, solo camuffate da marchi diversi. Il caso più clamoroso è quella della leggendaria Fiat Abarth 124, una macchina che ha fatto la storia delle corse nel mondo e che è stata ripresentata di recente. 

Peccato che in realtà l’auto sia una Mazda Mx 5m, tanto che alla presentazione una rivista specializzata ha scritto “Se ci si siede bendati al posto di guida non si riesce a indovinare su quale tra le due cabrio si è seduti”.  Incredibile.

 Ecco alcuni altri esempi patetici.

La Peugeot 2008 è praticamente la Opel Crossland X, la Fiat 500X e la Jeep Renegade hanno la stessa meccanica e lo stabilimento di produzione: quello di Melfi. La Nissan Infiniti Q30 è identica alla Mercedes Classe A, che sotto il cofano ha lo stesso diesel da 1500 della Dacia Duster. 

Renault Twingo e Smart Forfour sono uguali al 90 per cento e costruite nella fabbrica slovena di Novo Mesto. Citroen C1, Peugeot 108 e Toyota Aygo, sono identiche e prodotte nello stabilimento di Kolin, in Repubblica Ceca. 

Se poi parliamo di motori si nota che oggi tutte le case automobilistiche, tutte, propongono un motore a tre cilindri di 1.000 di cilindrata. Vale a dire che cambi marca ma la minestra è sempre quella,

Oggi ai consumatori sono imposte le automobili “connesse” ma si ritirano le patenti a chi guida guardando lo smartphone. Ma non basta, oggi le utilitarie hanno 100 cavalli con cui possono andare a 200 chilometri l’ora, ma il limite è di 90 all’ora sulle strade. Perché? E ancora: la manutenzione è talmente complicata che per cambiare una lampadina ci sono auto che impongono di smontare mezzo frontale e anche per questo un tagliando costa come lo stipendio. 

Ma carissimi industriali dell’auto a che gioco giocate? 

I costruttori di auto hanno già fatto chiudere decine e decine di concessionari, hanno fatto un mare di soldi con le finanziarie che fanno prestiti per comprare una macchina fatta da un altro e dobbiamo portarci a casa un catafalco che per metà è fatto di cose inutili? Ma perché?

Oggi chi compra una macchina la vorrebbe a prezzo conveniente, più sicura, senza cose inutili, con una tecnologia avanzata che permetta bassi consumi, con potenze proporzionate all’uso che se ne deve fare, con una semplice manutenzione e con bassi consumi. E invece dobbiamo comprare per forza macchine piene di sciocchezze inutili, costosissime, che diventano una bomba ecologica che spreca materiali costosi e non riciclabili, che consumano un fiume di carburante per avere una potenza del tutto inutile.

Insomma, cari industriali, queste non sono colpe del governo.  Oggi gli esperti dicono che con 5.000 euro si potrebbe vendere una vettura affidabile, carina, con bassi consumi, fatta da materiali riciclati e riciclabili e di economica manutenzione. 

Una volta a Mortara c’era la “Fiat Rovatti” che dava il nome a una rotonda, la “Rotonda della Fiat” e le Fiat mettevano in macchina gli operai della Sacic e della Marzotto, della Scac e di Guglielmone. 

Le Fiat le facevano a Torino, e le aggiustava chiunque, con una pinza e un cacciavite.

Oggi la Confindustria e le industrie automobilistiche incolpano il governo.

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata