Domenica 20 Settembre 2020

Lucrezia premiata per un racconto di guerra di nonna Giuseppina

Erano brutti, sporchi e soprattutto cattivissimi. Erano i “mongoli”, la divisione Turkestan dai tratti somatici centro-asiatici scagliata dai nazisti verso la fine della guerra come estremo tentativo di vittoria. La loro furia, paragonabile alle “marocchinate” ciociare immortalate da Sophia Loren, non ha risparmiato neanche la Lomellina. 

Ed è dalle testimonianze di una nonna che la mortarese Lucrezia Zandon, che ha da poco terminato la IV A del liceo classico Cairoli di Vigevano, ha ricavato il suo video di sei minuti. 

Il “Fantasma dei mongoli” le ha permesso di vincere il concorso a tema “Il tempo della storia”, che premiava gli elaborati con focus su argomenti del passato più interessanti e approfonditi. Il sogno è quello di farne addirittura un romanzo. La ragazza ha vinto ex aequo insieme a due compagne di classe, Alice Interlandi ed Elisa Figgiacone. Nel video lungo circa 6 minuti la ragazza intervalla immagini d’epoca, testi e un filmato di tre minuti dove parla la nonna, Giuseppina Marangon, di Confienza. Nel 1945 quest’ultima aveva sette anni. Da quasi due anni la 162esima divisione, la “legione turkmena”, composta da prigionieri dei gulag sovietici “convinti” da Hitler a combattere per lui al fine di liberarsi per sempre dallo spettro comunista. Calmucchi, uzbeki, azeri, tartari. “Mongoli”, un termine che diventò spauracchio, con gli occhi a mandorla e il corpo tozzo. Chissà quanti 75enni lomellini, nei loro tratti somatici, conservano ancora qualche fattezza orientale. Gli stupri e le violenze non si contavano. “Arrivarono anche nella mia Confienza – parla Giuseppina Marangon nel filmato della nipote – e nonostante avessi soltanto 7 anni ricordo tutto alla perfezione. Non riuscivano ad andare in bicicletta, salivano da una parte e cadevano dall’altra, a volte nel fosso. Uno di loro voleva sposare mia sorella Adelina. Quando li si vedeva arrivare c’era da aver paura, erano indisciplinatissimi e portavano via tutto quello che potevano. In cascina c’era tanta gente. Si viveva nel terrore. Mio zio Ladino, nome di battaglia “Mago”, fu uno dei primi partigiani della zona. Anziché partire per la guerra scappò in montagna. Così la nostra cascina si riempì di partigiani, forse anche un centinaio”. E forse è per questo che i “mongoli” si sono limitati al saccheggio, in casa Marangon. Ma altri finiti nelle grinfie di questi sovietici filo-nazisti, cattivissimi, non furono così fortunati. “Non pensavo assolutamente di vincere – aggiunge la giovane Lucrezia Zandon – ma ci speravo, affinché l’argomento potesse spingere qualcuno a curarsi di questa vicenda avvenuta nel nostro territorio. Magari in qualche archivio ci sono informazioni più dettagliate di questa comparsa delle truppe alleate dei fascisti. Purtroppo non ho avuto modo di fare ricerche più approfondite perché i tempi sono stati molto stretti. Da anni, comunque, sto raccogliendo vicende e aneddoti sulla vita quotidiana degli anni trenta e quaranta nel territorio. L’intenzione di portare avanti questa ricerca è nata dopo aver visto e essermi innamorata de “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi e di “Riso Amaro”. Non so ancora bene cosa fare con il materiale ricavato fin ora, ne voglio trovare dell’altro e scriverò qualcosa, visto che non esistono racconti o romanzi su questi argomenti”. 

La ricerca è stata proposta dalla professoressa di filosofia Caterina Cotta Ramusino, ma la “venuta dei mongoli” è un argomento ricorrente in tutti i pranzi di famiglia da nonna Giuseppina. Nonostante questo di materiale consultabile online non c’è quasi nulla, se non una pagina curata dall’Anpi. 


Davide Maniaci © Riproduzione riservata