Domenica 17 Novembre 2019

Le lettere del Beato Teresio Olivelli raccontano una vita straordinaria

“La vita è prova, combattimento, milizia di forti. Non un letto di rose, non una corsa ai piaceri ma dovere”. Con queste parole, scritte il 25 settembre 1934 allo zio don Rocco Invernizzi, il 18enne Teresio Olivelli preconizzava la sua vita. Prova, combattimento e milizia emergono nitidamente in un percorso esistenziale breve, ma assai tortuoso, illuminato dalla luce della fede e culminato nella sublime imitazione di Cristo. Così come il senso del dovere è alto in Olivelli. Quel “non posso lasciarli soli, vado con loro” è una evidente manifestazione di responsabilità nei confronti dei suoi fratelli, dei suoi compagni in divisa. Avrebbe potuto tranquillamente evitare la disastrosa campagna di Russia, ma il “dovere” lo ha portato a indicibili sofferenze in una immane carneficina, nel gelo della steppa dove fango e sangue si mischiavano in quella drammatica ritirata. 

Oltre alla lettera scritta nel settembre 1934 allo zio, altre 130 sono state raccolte da monsignor Paolo Rizzi nel volume “Beato Teresio Olivelli. Epistolario – Antologia di lettere e scritti vari” pubblicato dalla Cittadella Editrice. In 300 pagine, il massimo conoscitore del Beato, ha raccolto gli scritti più significativi del martire lomellino in modo che il lettore possa scoprire, o riscoprire, la vita del giovane Olivelli attraverso le sue stesse parole. Anche attraverso la lettura di questi scritti si possono capire i momenti che hanno segnato questa breve vita e i motivi che lo hanno portato a compiere scelte fondamentali. 

I testi delle lettere, pubblicati in ordine cronologico, sono suddivisi in quattro sezioni. Il periodo che va dal 1932 al 1938 riguarda la giovinezza e gli studi universitari: qui sono raccolte 30 lettere. L’intervallo 1939 – agosto 1943, anni in cui Olivelli ha aderito in maniera critica al fascismo e poi intrapreso la carriera militare, è illustrato da 71 lettere. Il periodo di adesione alla resistenza, che va dal fatidico 8 settembre 1943 al 26 aprile 1944, il giorno precedente al suo arresto a Milano, è illustrato da 19 missive. L’ultima sezione di lettere riguarda l’intero periodo della prigionia ed è formato da 11 lettere. Il volume, che si apre con l’autorevole prefazione del cardinale Angelo Becciu, dal 26 maggio scorso prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ospita nella parte finale altri scritti del Beato, testi spirituali, religiosi e morali, ma anche socio-politici. 

In questo epistolario si evince anche come Olivelli fu nel fascismo, ma non fu del fascismo. La critica al regime si manifesta nella lettera inviata nel 1937 ad Aldo Barozzi, che con Sandro Pugnetti era il capofila del gruppo fascista-antireligioso del Ghislieri, quando prende le distanze dalla cosiddetta mistica fascista: “Ma spesso la ragione à più buon gioco nel corrodere che nel costruire: specie se la costruzione è tale da involvere tutti i problemi, da esaurire tutta la realtà. Ma non ci è lecito abbandonare questa roccia: l’unica sulla quale possiamo sicuramente costruire. Nella mia lettera ho cercato di qualificare quale fosse l’esigenza profonda, più vera dell’anima: l’Assoluto, Dio. Solo in Dio la vita acquista un senso: l’uomo trova l’espressione più alta del suo desiderio: la “pace” ch’è visione serena e riposante della realtà e la pienezza data dal flusso divino in noi”.

Poi arriva il momento della guerra, la Campagna di Russia e l’adesione altrettanto critica alla lotta resistenziale. Quindi l’arresto, la prigionia e la deportazione in Germania. Da Bolzano scrive ai genitori fingendo di essere il nipote per non essere scoperto. Li rassicura, ma dalle sue parole quasi prepara la madre e il padre ad un destino tragico e si affida alla misericordia celeste: “Carissimi zii, sono tuttora qui e in ottima salute. Il lavoro mi lascia tempo ambito per la lettura e la comunità degli amici. Il vitto è sufficiente e viene gustosamente integrato con esuberante frutta. …  Solo la scarsità di vostre notizie mi tiene un po’ sospeso. … Potrebbe darsi che l’organizzazione da cui dipendo mi trasferisca in Germania. Le mie notizie saranno allora più rade. È improbabile ottenga prima una licenza. Accogliete fin d’ora il mio saluto intenso e augurante. Quando la dolorosa vicenda sarà finita, e l’angosce fuggiranno e gli uomini si incontreranno a cuore aperto, allora riprenderemo il tessuto della nostra vita intrecciato di opere feconde e di affetti vicini. Affretti il Signore, che dal profondo chiamiamo, il giorno della sua misericordia. Intanto lavoriamo e preghiamo”. 

Da Bolzano, passando per Flossenburg, arriverà a Hersbruck e, inevitabilmente, le notizie saranno più rade fino all’ultima lettera, scritta in tedesco, l’8 ottobre 1944. “Mia mamma e papà, io mi trovo in un campo di lavoro. Qui, come al solito, sano e sereno. Lo stesso spero di voi: sani, sereni, fiduciosi. Voi siete il mio pensiero preoccupante. Voi e gli amici e il profumo della mia terra, il mio anelito, la mia certezza. Adesso lavoro come interprete così posso essere utile a qualcosa. Vi prego di farmi avere vostre notizie. Bacio con cuore ardente voi e lo zio e in voi saluto il Ghislieri e gli amici. Arrivederci”. E’ questo un arrivederci eterno, un arrivederci in Paradiso. Olivelli è consapevole di come il suo destino sia ormai segnato, tanto che non esita a firmare la missiva con il proprio nome e cognome correndo il rischio di esporre i genitori, cosa che in precedenza aveva accuratamente evitato di fare firmandosi con lo pseudonimo di Agostino Gracchi. E quel suo “essere utile a qualcosa”, così come raccontato da testimoni, è il quotidiano impegno nel rendersi utile ai compagni di prigionia: la sua missione era quella di assisterli materialmente e spiritualmente, aiutando feriti e moribondi. Portando loro la luce della speranza nel buio del lager nazista. E la luce della speranza brilla accecante quando la carità lo porta all’estremo sacrificio, quando l’aguzzino nazista lo percuote provocandogli ferite mortali. Ucciso in odio alla fede. Quella fede che ha manifestato con forza e speranza giorno dopo giorno nella sua breve esistenza. Questa è stata la sua prova, il suo combattimento. Non una corsa ai piaceri, ma dovere.


Vittorio Testa © Riproduzione riservata