Lunedì 16 Dicembre 2019

La Pravda e le banche francesi

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  • 13 Febbraio 2019

Dunque è fatta. I tre maggiori quotidiani italiani sono due, la Repubblica. Come in una barzelletta che si raccontava alle elementare (I sette re di Roma erano tre, Romolo e Remo) l’informazione italiana è stata inghiottita dal cartello dei finanzieri che si sono impossessati di tutto e hanno deciso di realizzare l’antico sogno del giornale unico, una specie di “Pravda” italiana, in omaggio al mitico quotidiano dell’Armata Rossa. Ora qui abbiamo il giornalone in salsa all’Amatriciana, la pizzata della rotativa che convoglia l’opinione pubblica nel pensiero unico, nell’unico “italico sentir”, perché è giusto che i ricchi riccheggino e i poveri poveriggino, che si possano fare maglioni, autostrade, trivellazioni, tunnel, banche, partiti e giornali, tutto insieme, con il consenso generalizzato di chi non fa e non ha nulla, ma proprio nulla. 

Perché i padroni della Pravda alla carbonara, il giornale unico italiano, sono simpatici all’Europa, amici delle loro industrie, stimati dai loro giornali, adorati dalle loro imprese. Cioè da tutti noi.
Il licenziamento del direttore della Repubblica, già direttore della Stampa e l’avvento di un vice direttore di provenienza Corriere della Sera alla guida di Repubblica, sancisce la nascita futuribile dell’unico grande quotidiano italiano, suddiviso in tre testate, tanto per giocare un po’ a raccontare la storia del pluralismo.
Per averne una conferma basta provare a leggere i tre giornali e vedere cosa scrivono, vedere se su uno di loro esiste almeno un piccolo articolo, anche nascosto, che non prenda a calci nel sedere il governo. E non lo si può trovare, perché a 100 giorni dal voto europeo ora è il momento dello scontro all’arma bianca, di lasciare da parte ogni ritegno e di lanciarsi con la bava alla bocca contro chiunque possa in futuro impedire che la pasta italiana venga fatta in Romania, oppure che i maglioni griffati siano realizzati nella Repubblica Ceca, oppure che l’olio extravergine e benedetto di aziende toscane arrivi dal Marocco o che i banchieri bancarottieri guadagnino milioni di euro per truffare i loro clienti.
Insomma l’ordine della Pravda italiana è quello di sgozzare gli infedeli che non vogliono la globalizzazione, lapidare i nemici del Fondo monetario che ha permesso ai tedeschi e ai francesi di comprarsi prima la Grecia e poi l’Italia. 
La Francia è messa a ferro e fuoco dai gillet gialli? Ma la Pravda non dice il perché. 
La Merkel è già stata messa da parte dal suo partito? Ma la Pravda italiana fa finta di nulla e la racconta sorridente, serena, propositiva. Il Jobs act voluto da Renzi è stato un disastro? 
Ma no, la Pravda dice che è colpa del reddito di cittadinanza, che neppure è iniziato. Italia in recessione? Allarmi, fermiamo quota 100, che partirà fra due mesi, perché i poveracci devono lavorare sino a 90 anni e loro possono far cascare ponti con allegria. 
E la Pravda è allarmata se le maestre vanno in pensione,  evidentemente perché in Italia non si trova nessuno che vuole fare l’insegnante. Qui sono schizzinosi, quegli infami che lavorano la domenica nei supermercati invece di ringraziare per avere un lavoro vorrebbero addirittura lo stipendio. 
E poi la Pravda difende la Francia, è amicissima della Francia perché negli ultimi anni si è comprata 1.800 aziende italiane. 
Ecco cosa scrive Repubblica pochi giorni fa: “Non solo gli amministratori delegati di due colossi come Generali e Unicredit sono francesi (rispettivamente, Philippe Donnet a Trieste e Jean Pierre Mustier a Milano), ma i due più grandi gruppi bancari francesi, Bnp - Paribas e Credit Agricole hanno conquistato Bnl, l'ex Banca Nazionale del Lavoro, Cariparma e Friuladria, per poi comprare anche Carispezia e salvare tre piccole casse di risparmio. Amundi, di cui Credit Agricole è azionista di controllo, ha infine comprato da Unicredit la società del risparmio gestito Pioneer. Bnp-Paribas e CreditAgricole, inoltre, sono fra i principali attori italiani del credito al consumo, rispettivamente con Findomestic e Agos Ducato. L'imprenditore bretone Vincent Bollorè è il secondo azionista di Mediobanca (con circa l’8% del capitale), e attraverso Vivendi è il primo socio di Telecom Italia (24% circa) e il secondo di Mediaset (28,8%). Groupama ha acquistato Nuova Tirrenia da Generali. Nel lusso, il gruppo Lvmh guidato da Bernard Arnault controlla Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Loro Piana, Acqua di Parma, Cova, Cipriani a Venezia, Splendid a Portofino, mentre Kering (ex Ppr) di Francois - Henri Pinault ha fra le sue controllate Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Richard Ginori, Brioni, Pomellato. Nell'industria alimentare, due fra i principali marchi del settore lattiero sono in mano francese: Lactalis della famiglia Besnier controlla infatti Galbani e Parmalat, mentre anche la società Eridania è controllata al 100% dal colosso francese Cristal Union dal 2016. Quanto all’energia, Edison fa capo alla francese Edf, e il secondo socio di Acea, con il 23,33%, è Engie (ex Suez-Gaz de France)”.
Ecco cosa c’è sotto le comiche di Macron, il ritiro di ambasciatori e le esternazioni del disperato Partito democratico, ci sono i soldi, tanti, le banche, le grandi industrie. Ecco perché sono spariti gli zuccherifici e la barbabietole dalle nostre parti.
Insomma gli amici francesi si sono comprati l’Italia lasciandoci il privilegio assoluto di tenerci solo gli immigrati dall’Africa. 
Grazie Francia!
Esiste dunque un’Italia virtuale, quella della Pravda, dove le grandi battaglie sono quelle dei finanzieri, gli appalti milionari, le concessioni governative, il mantenimento di quell’Europa dei grandi affari, il Tav, che a 100 giorni dalla elezioni europee sale sulle barricate contro chiunque abbia solo l’ardire di pensare cose diverse dal Fondo monetario, dalla Banca centrale. Altrimenti ecco che arrivano le bocciature, sale lo spread, insomma, la solita storia, i soliti giochi della finanza che vuole governare. E il secondo stadio di Roma? Il progetto è al centro di promesse da 30 anni. E’ stato in testa ai programmi elettorali dei sindaci Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino. Adesso la sindaca Virginia Raggi lo ha appaltato, ma la Pravda non se ne è quasi accorta. Insomma se non lo fa non va bene, ma se lo fa non lo si dice.
Ed ecco che alla fine la domanda resta una sola: cosa succederà? Esattamente quello che sta succedendo. 
Crollano le vendite della Pravda, perché la gente si è rotta di ascoltare non le notizie, ma l’interpretazione delle notizie. Perché un italiano su due ha votato questo governo e ha fiducia che questo governo riesca a mettere a posto i grandissimi guai provocati dai governi precedenti, da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, che hanno ingigantito la spaventosa massa di poveri che per anni ha osservato e subito il saccheggio della penisola, quei governi che hanno causato la cessione in mani straniere delle attività che prima di loro erano il fiore all’occhiello della nazione, dalla moda all’agroalimentare, dall’industria meccanica a quella tessile. 
Ma è possibile che nella patria di Enzo Ferrari, di Ferruccio Lamborghini, di Alfieri Maserati (nato a Voghera!), di Vincenzo Lancia  oggi non esista più neppure una vettura, una sola, che sia costruita da una industria italiana? 
Ma perché invece Renault, Peugeot, Citroen, Volkswagen, Mercedes, Porsche, Bmw siano rimaste saldamente nella mani delle nazioni di origine?
E così mentre i telespettatori preferiscono le trasmissioni di cucina ai telegiornali che non raccontano i fatti ma solo le critiche al governo, la Pravda non trova altro da fare che cacciare il direttore Mario Calabresi, passato solo tre anni fa dalla direzione della Stampa a quella della Repubblica, quando La Stampa è passata al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti. 
Calabresi figlio del commissario Mario Calabresi ucciso in un attentato per il quale furono incolpati alcuni esponenti di Lotta Continua.
Il sogno italiano del giornale unico, della Pravda spaghetti e mandolino, continua. In fondo si sa, basta pagare e si trovano quelli che scrivono quello che vuoi.
Anzi, di solito basta soltanto far pagare gli altri.

(Nella foto Mario Calabresi e Sergio Mattarella leggono con ammirazione
"La Repubblica", di cui Mario Calabresi è stato direttore per tre anni)

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata