Mercoledì 23 Gennaio 2019

La notte di Natale

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  • 19 Dicembre 2018

Lo sapeva anche lui di non essere un purosangue. Ma pure si sentiva nato per correre, saltare. Un puledro matto che Mamma Cavalla faticava non poco a tenere a bada: “Un giorno l’altro ti rompi l’osso del collo”. Macché. Non c’era verso. Correre fino a farsi scoppiare i polmoni era pura esaltazione. Spazi infiniti. A tutta velocità sapeva fare scarti improvvisi come gli animali braccati. Fino allo sfinimento per poi crollare di botto, come i bambini. I suoi sogni erano pieni degli eroi che sentiva raccontare nella scuderia. La storia di Pegaso, il cavallo alato che si poteva anche ammirare in cielo. Bucefalo, il cavallo nero di Alessandro Magno, giovane e grande conquistatore. Dinamite, il cavallo di Tex Willer e tanti altri. Più di tutti a farlo sognare le ali di Pegaso. Correva e quasi gli pareva di volare: “Correrò per tutta la vita”, pensava il puledro, al quale mai è stato dato un nome. E invece…
Invece, e forse anche troppo presto, si ritrovò ad essere un giovane cavallo da tiro. Fu bardato di tutto punto e portato da un uomo vestito di nero a inchiodargli le scarpe a suon di martellate. Un pezzo di ferro amaro in bocca e due pezzi di legno appesi ai fianchi. Un uomo con la frusta gli ordinò di tirare, e da quel giorno quella, principalmente, fu la sua vita. Tirare carretti a due ruote e carri, che di ruote ne avevano quattro. Si adeguò abbastanza docilmente, sempre pensando che un giorno avrebbe ripreso a correre. 
Docilmente perché pensava fosse un gioco. Dove certi giochi esistono solo nei sogni. Una cosa sola rifiutò con tutte le sue forze: i paraocchi. Provarono a metterglieli, ma fece il matto quanto basta. 
Se devo tirare tiro, ma per quanto possibile a modo mio”. Anche questo pensava. Ben presto capì che per quello era nato. Altro che corse  a gara con Pegaso!
Battaglie e armi scintillanti… Sudore sì, tanto, ma solo quello di un cavallo da tiro. Che ora, neanche a volerlo, per correre aveva i piedi troppo grossi e pesanti. Altro che ali di folla ad accogliere eroi vincitori! A guardare il cielo in cerca di cavalli alati… solo un povero e misero cavallo da tiro come tanti. Ecco quello che era. Ma del cavallo sì, aveva tutta la forza. Con quella prese a tirare come pochi altri. Per il resto era tutto un coro di elogi: “Ma che forza! Che muscoli! Pochi come te sanno tirare carichi così pesanti!”… Lui, giovane e inesperto cavallo, colpito e stimolato nella vanità, e per questa a tirare sempre di più. Quasi a dire: “Caricate. Caricate, che ci penso io”. 
Povero e ingenuo cavallo! 
Quante scarpe chiodate, prima di capire e distinguere tra le lodi vere e quelle interessate. Brutta cosa la vanità. Ma come si fa a capire le cose, se in quelle non ci passi dentro? In fondo, se hai la forza è facile tirare. Capire tra il vero e il falso è roba che neppure i purosangue sanno fare. Figuriamoci un cavallo alla stanga, passato direttamente dal tempo dei giochi a quello del tirare. E magari pure allo schiocco della frusta. Giorni e anni e stagioni a passa re, e le ruote del carro a rotolare sui sassi, in quello ed altri paesi.
Da che aveva cominciato a tirare, aveva anche cambiato scuderia. Mai più vista Mamma Cavalla e neanche Ismaele: lo stallone ormai in pensione e raccontafavole. Capitava, qualche volta, di dover tirare al buio e sotto le stelle. Che però, per lui era fatica a tirar su la testa per guardare in alto. Qualche volta, addirittura, era chiamato per andare in soccorso di qualche altro cavallo in dicoltà. Per il resto, dal momento che il mestiere dell’uomo con la frusta era quello del carrettiere, va da sé che non c’erano stagioni e nemmeno questo o quel tempo. Doveva tirare e basta. Eppure… Eppure, e proprio grazie ai non paraocchi, girando per strade e paesi, anche qualche città, aveva visto e sentito un mare di cose. Aveva visto lo svolgersi o il ritrarsi di vari destini. Quasi da definirsi un cavallotestimone. Così, e più passava il tempo, quando risentiva il coro degli elogi, pensava, in cuor suo: “Ma guardate che io sono anche altro, e non solo muscoli. Io conosco la vostra lingua. Perché, oltre ai complimenti, non fate un piccolo sforzo per capire la mia? Devo tirare? E va bene. Ma se mi state a sentire, ne ho anch’io di cose da dire. Che non esiste nessuna scuola né  università, per un povero cavallo da tiro, se non quella della strada, della fatica. Degli anni a rotolare via come i sassi sotto le ruote, e anche sotto i miei piedi chiodati”.
Alle volte la fatica era così tanta che la bava, a filo continuo, arrivava fino a terra. E siccome all’uomo della frusta piaceva fermarsi per bere un goccio, lui, cavallo quasi intelligente, sapeva ormai dove fermarsi anche senza ordini. E sapeva aspettare, paziente. 
La clessidra del tempo a non smettere neanche un minuto di fare capriole e il cavallosenzanome a sentirsi stanco. Quasi neanche più la voglia di guardare l’unica stellina, visibile oltre la finestrella umida di fiato.
Fu una grande nevicata, quella del ’56: una buona mezzagamba. Al cavallo, come già anni prima, toccò di tirare le catene dello spazzaneve. Ma ora la fatica della tanta neve era davvero troppa. Per non scivolare sulla neve sotto, ghiacciata, gli avevano fasciato i piedi con degli stracci. “Tira!”. Una strada un poco in salita e le forze non più quelle di un tempo. “Tira!”. Scivolano i piedi e il cavallo va giù, in ginocchio. Il muso mezzo sprofondato nella neve e una gamba ad andarsene per conto suo. Dalle narici fiati spinti da mantici. Neanche a provare a rimettersi in piedi, che non obbediscono più. Gente che accorre: “Povero cavallo! E pensare che era così forte!”. “Con quella gamba rotta così non c’è più niente da fare”. “Sarebbe meglio chiamare la guardia con la pistola, per non farlo sorire oltre”…
Lui, il cavallo in ginocchio, di tutte queste parole non ne sentiva neanche una. Era lì e non c’era null’altro, se non i suoi amati ed eroici cavalli, ai quali tanto avrebbe voluto somigliare.
L’uomo con la frusta, dopo aver tirato invano la cavezza, quella frusta alla fine l’aveva buttata via, quasi con disperazione. C’è sempre un momento in cui bisogna fare i conti, anche quelli lasciati in sospeso. Tra la gente accorsa, anche due bambine tenute per mano dai genitori. E tutt’e due, loro sole, avvicinandosi presero ad accarezzare la testa, il collo del cavallo. Anche  a parlargli sottovoce, come solo ai bambini è dato di fare. “Mamma, papà: è questo il regalo che vogliamo per Natale”: E così fu. Pagando anche più del dovuto all’uomo senza più frusta.
Fu chiamato il miglior dottore degli animali e, alla fine e dopo non poco tempo, il cavallo era di nuovo in piedi. Correre no, non era più possibile, ma portare in groppa le sue salvatrici, quello sì. Riconoscente e consapevole che le cure mediche da sole non sarebbero bastate, se non ci fosse stato l’amore continuo e attento e interessato solo al suo bene delle due bambine, a coccolarlo nella stalla, apposta per lui costruita, in ogni momento libero. Ora, per lui, per il nostro cavallo, era arrivato il tempo della serenità. Dove nessuna fatica fatta per amore è veramente tale. E di nuovo le capriole della clessidra…
Una notte, ma intanto da “allora” era passato del tempo, il cavallo sognò di avere le ali uguali a quelle di Pegaso. Ma non solo. Perché anche Bucefalo, Dinamite e altri cavalli avevano le ali. Anche Mamma Cavalla e il vecchio Ismaele, che ora sembrava molto più giovane. Tutti in volo a rincorrersi giocando. Mai si era visto uno stormo di cavalli in cielo. 
Ancora oggi in quel paese si racconta la storia del cavallo e della sua miracolosa guarigione. I più vecchi ricordano la Grande Nevicata e poi di un certo Natale. Quale e di che anno nessuno se lo ricorda. 
Molti però ricordano una straordinaria notte di luna piena e una fila di cavalli passarle davanti allo stesso modo di un film. Alcuni giurano che avessero le ali. Ma noi, grazie a vie traverse, sappiamo che tutti erano stati invitati alla inaugurazione di una nuova costellazione, dedicata a Pegaso, il padrone di casa. Una costellazione tanto grande dove poter giocare e galoppare, ad ali spiegate e in spazi infiniti. Su prati di stelle che nemmeno si possono immaginare.

Mario Omodeo

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