Domenica 17 Novembre 2019

La natura impermanente della realtà

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  • 30 Ottobre 2019

In questi giorni dedicati alla commemorazione dei defunti una riflessione sulla caducità delle cose appare doverosa, se non moralmente prescrivibile. La dimensione mondana in cui siamo integralmente immersi agisce da efficace diversivo non lasciandoci il tempo e l’opportunità di meditare su tale spinoso argomento, proponendo, al contrario, un nutrito elenco di impegni e scadenze le quali non fanno altro che alienare noi stessi in una continua pianificazione di un tempo  futuribile.

Pensare a ciò che accadrà domani non è affatto una colpa o uno stato patologico della mente, ma ciò induce a presupporre che per noi sussisterà sempre un avvenire fruibile e progettabile, una nuova giornata che, nel bene e nel male, confermerà il nostro essere nel mondo.

Basterebbe una breve visita a qualsiasi cimitero, monumentale e non, per rendersi conto che le cose non stanno per nulla così e che la vita non è una patente di guida che si possa tranquillamente rinnovare ad ogni periodica scadenza. Essa, al contrario, è un mandato a termine di natura non contrattuale alla cui estinzione indeterminata ogni vincolo e condizione cesseranno ad effetto immediato. 

Di fronte alla morte si può parlare sempre di un prima, mai di un dopo. Tale stato implica la totale cessazione di qualsiasi enunciato predicabile, dal momento che, su ciò che non esiste più, non si può asserire nulla. Tutto ciò che si potrebbe attribuire a suo carico, infatti, riguarderebbe il passato, dal momento che il defunto rappresenta l’impossibilità della presentificazione medesima. Il cessare di essere presenti va dunque molto al di là della semplice assenza giacché, mentre quest’ultima risulta essere esclusivamente relativa alla dimensione spaziale, la prima, al contrario, investe pienamente la dimensione del tempo, rendendo impraticabile non tanto la condizione variabile dell’”hic”, quanto quella necessitante del “nunc”.

Il morto, insomma, non solo cessa di esistere in un determinato luogo, ma letteralmente non è più, ovvero, il suo referente non appare più passibile di ricevere l’attribuzione di alcun significato.

Ogni lapide rimanda a un senso disperso, alla memoria di un vissuto destinato ad essere dimenticato ed obliato nel tempo. 

Le fatiche, gli affanni, le aspirazioni di un’intera vita perdono ogni consistenza, confluiscono in un mare immenso ed indistinto fatto di vuoto e di nulla. Rimangono delle foto a colori, o delle seppie sbiadite dagli anni, volti anonimi che vorrebbero raccontare una storia che non può più essere narrata, dal momento che anche coloro i quali avrebbero potuto raccontarla, nel frattempo, sono venuti meno.

L’esorcizzazione della morte che il mondo moderno ha voluto compiere mediante l’esaltazione dell’impegno personale e del lavoro indefesso non assume, alla luce dei fatti, che un aspetto risibile, poiché ogni cosa è destinata a essere ridotta in cenere e noi con essa.

Alla fine, come recita l’Ecclesiaste, tutto si dimostra essere vanità e soffio di vento. Fare della propria vita un combattimento continuo affermando se stessi ed emergendo sugli altri si rivela uno sforzo straordinariamente inutile, in quanto tale atteggiamento porterebbe all’identico esito ottenuto dal fatalista che, incurante di tutto, si rannicchiasse sul ciglio della strada in attesa dell’inevitabile.


Caro professore (credo sia importante ricordare ai lettori che lei è docente di Storia e Filosofia all’istituto Omodeo di Mortara) la sua riflessione collegata al calendario è senza dubbio importante. Non entro, (per mancanza di mia conoscenza) in una mia analisi del merito, ma aggiungo il piacere di leggere, finalmente, uno scritto ben fatto. Vede, nella mia lunga attività giornalistica credo di aver letto molte decine di migliaia di scritti, la stragrandissima parte dei quali fatti, come si dice da noi, “con i piedi”. Nei miei giornali mi sono sempre battuto con forza per avere  articoli “ben scritti”. 

Ho avuto risultati? Pochi.

Scrivere bene, come lei sa fare al di là di cosa scrive, è una fatica, una ricerca, anche una dote naturale, da coltivare con attenzione,

Nel nostro mondo si è persa, trascinata via dalla foga di dire cose, di impressionare, di convincere, di coinvolgere, forse anche di gabbare, di abbindolare. Che peccato!

Se lei prova a leggere tantissimi personaggi, che si definiscono giornalisti perché pagano la quota di iscrizione all’Ordine, troverà la noia di doverli seguire in paragrafi tortuosi, non interessanti. Peggio, molto peggio, se siamo costretti a leggere le esternazioni sulle pagine dei social network dei personaggi che detengono il potere, un potere, qualsiasi potere.

Un vero strazio. Un vero strazio soprattutto per chi, come lei e me, vive, anche e soprattutto di parole, scritte o meno.

Il suo scritto ci fa riflettere, ci porta, a mio avviso, anche alla responsabilità di compiere questo percorso in funzione di un destino che se si rinnova nel destino degli altri.

L’immortalità è come un acquisto a rate, di cui noi siamo solo una di esse. Forse il nostro destino è cercare di far soffrire meno la “rata” che farà seguito a noi. Ma come le dicevo non ho gli strumenti per animare, come sono solito fare su queste pagine, un dibattito su questo tema. 

Dunque la leggo con attenzione e stima.

E già che ci sono mi allargo: mi piacerebbe essere al suo fianco in dibattiti su argomenti a sua scelta, di ogni genere. Perché in una serata che ci ricordiamo entrambi ci siamo divertiti a dialogare. Per il gusto di farlo.

Io ci sono sempre se lei c’è. 

Forse proveniamo da esperienze così diverse da poterci divertire, e magari attizzare il gusto della parola, del dialogo, fine a se stesso. Come fine a se stessa forse è la vita.

Forse.

Giovanni Rossi


Piero Ferrari © Riproduzione riservata