Mercoledì 12 Dicembre 2018

La caccia in cerca d’autore

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  • 21 Novembre 2018

L’intervista a Giuseppe Belazzi, presidente dei cacciatori mortaresi, che riportiamo in altra parte del giornale, fa una carrellata su uno dei temi più discussi e anche più ignorati dalle istituzioni, la caccia. Quello che a metà del secolo scorso era di gran lunga lo sport più praticato nei centri minori della Lomellina. Caccia come passatempo sanguinario per psicopatici, a detta dei più radicali esponenti di un ambientalismo a buon mercato, caccia come nobile sport e presenza nella natura, secondo una visione romantica dell’attività venatoria. Di certo chi accetta che animali siano allevati in modo raccapricciante, tra mille sofferenze indicibili, per poi finire in tavola, ha poco da dire contro la caccia. Insomma, per il reale rispetto degli animali ci sarebbe moltissimo da fare e invece non si fa quasi nulla. Nel pianeta caccia intervengono poi palesi interessi elettorali, perché è necessario confessare che lasciare aperti problemi nel rapporto tra caccia e ambiente o tra caccia e agricoltura oppure ancora tra agricoltura e ambiente, giova soprattutto a politici furbacchioni che vogliono far passare diritti banali per privilegi dovuti alla loro generosità. 
Il fatto stesso che tanti assessori regionali all’agricoltura e caccia siano abitualmente provenienti da aree ad altissima presenza di cacciatori, vale a dire Bergamo e Brescia, ha significato soprattutto il mancato avvio di una seria politica di convivenza civile tra caccia e resto del mondo. 
Cioè ha fatto in modo che i cacciatori restino convinti di dover dire grazie al politico di turno se possono ancora imbracciare lo schioppo.
Cosa che è del tutto falsa, anzi proprio la stragrande parte degli amministratori pubblici ha lavorato per non risolvere i reali problemi della caccia. Come invece è successo in tutte le nazioni europee, dove ben maggiore è il rispetto dell’ambiente, ma la caccia continua ad esserci.
Il problema caccia in Italia può essere tradotto in un grande capitolo: mancanza di programmazione del territorio. Perché è chiaro che il territorio cacciabile in Lomellina è pochissimo e dunque è assurdo che ci siano migrazioni in entrata di cacciatori da altre province ed è assurdo che un’area ad elevatissimo inquinamento come la Lomellina non preveda grandi aree di rispetto totale della fauna.
Ma è altrettanto assurdo che in aree incontaminate e di grande valore ambientale come la collina, del 
tutto impoverite e spopolate, il turismo venatorio non sia considerato come una intelligente opportunità per una parte del territorio e invece ricada in manovre speculative da parte di strutture private di sfruttamento della caccia. Ma non basta, perché in Italia ad un tizio che brucia una montagna di rifiuti magari danno una multa, mentre se un tale spara a un cinghiale fuori zona si mettono le manette. 
Dunque il risultato che scontenta tutti è caccia in diminuzione e sistemi di allevamento e macellazione degli animali che non rispettano in alcun modo la vita degli animali. Mentre sarebbe facilmente realizzabile una caccia intelligente, in sicurezza, per diventare un’attività capace di diventare il movente di un ripopolamento umano di territori abbandonati al dissesto idrogeologico. Perché l’uomo è indispensabile artefice della natura, perché oggi la natura non può essere lasciata a se stessa senza poi dover pagare il prezzo altissimo di danni enormi appena piove più del normale o appena un matto si mette a dar fuoco a una sterpaglia.
Ma con i miliardi e miliardi di persone che ingombrano il pianeta oggi sono per forza questi inarrestabili umani a dover plasmare con intelligenza il mondo in cui tutti quanti pretendono di vivere.
Succede però che per politici a caccia (solo) di stipendi da favola la via intesa come migliore in questi anni sia non fare nulla (ma proprio nulla) non risolvere alcun problema del genere, salvo poi lasciare intendere ai cacciatori di averli fatti sopravvivere e agli ambientalisti di condividere il sogno un mondo che non c’è più da un pezzo. Per poi passare a chiedere il voto. Come lo chiamiamo? Clientelismo o incapacità?

Giovanni Rossi © Riproduzione riservata