Martedì 05 Luglio 2022

Favole

“Nonno, ci racconti una favola?” Una richiesta senza fine e anni meravigliosi da incorniciare. Quella del nonno, una delle esperienze più belle della mia vita. Sì, anche anni faticosi, ma quando si vuol bene la stanchezza è un optional. “Ci racconti…”.

E via, a pescare nella memoria e inventarne di nuove. Alcune da ricordare e altre volate via, rubate dal tempo, che in certe occasioni sa travestirsi da ladro. Che poi, quando racconti favole ai bambini, a colpire non è tanto la storia in sé, ma il modo in cui la racconti. Puoi anche “spaventare”, ma l’importante è che ci sia, sempre, il lieto fine. Poi, puoi metterci tutta la fantasia che vuoi e iperboli a non finire. E fa niente se a metà favola si addormentano; che già vedere un bambino addormentato è una favola.

Quel giorno, Francesca e Chiara la favola me la chiesero mentre, seduto, le tenevo sulle ginocchia nella cappella del Sacro Cuore in San Lorenzo. “Una favola? Vediamo un po’… Sì, eccola. Oggi vi racconterò una storia molto vecchia (e non ricordo più se fu tutta farina del  mio sacco o qualcos’altro): la favola…

La favola della tartaruga

“(…) Quando si sparse la voce che Gesù sarebbe stato crocifisso, tutti gli animali della Palestina si misero in cammino verso Gerusalemme. Nessuno voleva mancare allo “spettacolo”, per poter poi dire: “Quel giorno c’ero anch’io”. Ogni strada si riempì di polvere e  di rumore. Tutti a spingere, a chiedere strada per andare a occupare i primi posti. E’ sempre così. Primi posti non solo ai più veloci e ai più in gamba, ma anche ai più furbi o raccomandati. I meno veloci a mangiarsi sacchi di quella polvere. “Andiamo, andiamo: tutti a Gerusalemme”…

Anche la piccola tartaruga si mise in viaggio. Ai margini della strada per non farsi calpestare. Tutti gli altri a sorpassarla e deriderla: “Ma dov’è che credi di andare? Sei troppo lenta e non arriverai mai in tempo. Tornatene a casa, che è meglio!”. Ma lei, testarda senza neanche sapere perché, continuò il suo cammino, mangiandosi la sua razione di polvere. Per il resto del giorno a incontrare solo qualche ritardatario e farsi deridere anche da questi. E si fece sera. E neanche più un’anima viva. La tartaruga trovò riparo sotto sotto un ponticello per la notte. Era stanca e si addormentò subito. Come d’abitudine, prima di ritirarsi nella sua casetta, la solita occhiata alle stelle. “Domattina riprenderò il viaggio”. Poi fu solo silenzio.

E infatti all’alba era già in cammino. Sola. Ma ancora per poco. In fondo alla strada vide una nuvola di polvere venirle incontro e un rumore a crescere. Si fece ancor più di lato, e dopo un attimo fu investita in pieno: i primi e più veloci animali già di ritorno. E la solfa del giorno prima: “Te l’avevamo detto che con la tua lentezza non saresti arrivata in tempo. E’ tutto finito. Gesù è morto e puoi tornartene a casa. Dovevi darci retta”. La stessa cosa per tutti quelli a seguire: tale e quale il giorno prima. Con una ragione in più, dal momento che era “tutto finito”. E dunque perché andare avanti? Eppure… Eppure continuò il suo viaggio. Di nuovo fu sola. Di nuovo la sera e poi il buio della notte. Questa volta il riparo lo trovò sotto un mucchietto  di foglie secche. La solita guardata alle stelle, per poi subito addormentarsi. “Domattina riprenderò il viaggio”.

Che riprese, senza incontrare nessuno per tutto il giorno. Fino alle porte di Gerusalemme. E già al crepuscolo.

La tartaruga chiese informazioni a un cane randagio, il quale le indicò la via per arrivare al Calvario: “Lo troverai appena fuori città. Ma se è per Gesù, sappi che è già stato sepolto. Non sei arrivata in tempo”.

A parte il cane, la città a quell’ora pareva disabitata. Solo luci tremule uscire dalle finestre. E arrivò al Calvario. Lo guardò dal basso verso l’alto e luce appena per vedere tre croci in cima. Quella al centro un po’ più alta. Dopo un attimo di indecisione cominciò la salita. Difficile perché era tutta una pietraia. “Se ce la faccio ad arrivarci, cerco dove dormire e domani torno a casa”, si disse la tartaruga. La notte da quelle parti arriva all’improvviso e assai fredda. Per fortuna le stelle basse le diedero una mano a trovare le croci. Non sapendo quale era stata quella di Gesù, le toccò con il  musino tutte e tre. Sotto, Gerusalemme pareva un presepe. Che freddo, però! Si scavò una tana sotto una delle tante pietre e, sfinita, subito cadde in un gran sonno. Uno di quelli che fanno sognare. E infatti.

Sognò una stella venuta giù dal cielo per venire a bussare nella sua casetta. A chiamarla adagio: “Tartarughina! Dormi? Mi dispiace, ma ho avuto l’ordine di svegliarti. Devi venire con me per una cosa che devi assolutamente vedere. Dormirai dopo. Vieni, che non c’è tempo da perdere”. Visto che la tartaruga non riusciva a capire, la stella, che in verità era un angelo, mise le mani nella tana e la tirò fuori, delicatamente. Le tartarughe, come i bambini, vanno svegliate poco per volta. La nostra piccola amica continuava a non capire e l’angelo-stella, tenendola tra le mani, aprì le ali per un breve volo. “Ecco, siamo arrivati. Ora ti metto giù e ti prego di aprire bene gli occhi. Io devo tornare in cielo e tu non devi, assolutamente, avere paura. Vedrai! Vedrai il premio del tuo cammino, della tua perseveranza. E della tua stanchezza. Io vado”.

La tartaruga aprì gli occhi più che poteva, anche se il sonno era ancora tanto.  Davanti a sé, e sempre illuminata dalle stelle, una specie di capanna di pietra, con tanto di porta. Solo quella e null’altro. Solo un grande silenzio e un vento da rabbrividire. Tutto solo un sogno? No. Tutto vero e stava per succedere qualcosa, se lo sentiva. 

Un colpo di vento più forte e la porta della “capanna” che si apre di colpo, e se ne va via con lo stesso vento. L’interno della capanna diventa  luce, come chissà quante candele. E la luce esce, a illuminare Gerusalemme e oltre: da accecare. La luce andare verso di lei.

“Non avere paura, mia piccola amica. Non aver paura, che son qui per svelarti un segreto. Ora spengo un po’ di luce, così potrai guardarmi. Intanto ti metto qui, sul mio cuore”. La tartaruga si sentì ancora una volta presa e  sollevata. “Lo senti il mio cuore? E’ un cuore vivo. Su, adesso alza gli occhi e guardami”. La tartaruga guardò, e chiese: “Chi sei?”. “Sono Gesù”. “Mi hanno detto che eri morto”. “Sì, ma sono risorto. E tu, piccola e coraggiosa amica, che il tuo cuore l’ho sentito che ancora eri molto lontano, ti sei meritata, tu sola, di vedere la mia Resurrezione. A te sola. A tutti gli altri (animali) solo la mia Passione. E non uno che sia fermato un minuto in più. Tutti a correre qua e subito dopo a ricorrere via. A te, invece, è toccata la parte migliore. Che dovrai raccontare a tutti, e per questo ti regalo lunga vita. Brava! Hai avuto coraggio.  Ora io devo andare. La stella-angelo ti riporterà a dormire, che da domani ne avrai di strada da dare. Anche se non mi vedrai, sarò con te fino alla fine dei giorni. Buon viaggio!”…

La tartaruga si svegliò con ancora qualche stella in cielo. Dall’alto del monte dov’era, ebbe modo di vedere, in un punto lontano, oltre l’orizzonte, i colori timidi, ma decisi, di un nuovo giorno.

Mario Omodeo © Riproduzione riservata