Martedì 29 Settembre 2020

Candia, da venerdì torna la Sagra dell'Alborella

Da venerdì fino a lunedì a Candia, come da tre anni a questa parte (ma con tradizione ultradecennale), ci sarà la sagra dell’alborella. Ma come faranno a servirla? La pesca del pesciolino più celebre delle nostre acque fluviali è vietata da fine giugno, per via del nuovo prontuario regionale che vuole salvare una specie in pericolo. "Il problema – spiega Alessandro Salvadeo, dell’Associazione Dilettantistica Candia, che organizza l’evento – è relativo, perché noi compriamo le alborelle di allevamento. Ma lo fanno tutti. L’animale è ormai quasi introvabile nei nostri fiumi e torrenti e il fatto che venga surgelato non è uno scandalo. Viene buttato nel ghiaccio subito dopo la pesca, forse ancora vivo, e poi trasportato direttamente all’azienda. La qualità del prodotto è quasi pari al pescato fresco". L’azienda che fa tutto è italiana, ma l’alborella della sagra di Candia, e anche quella che viene venduta sul mercato, è quasi sempre allevata in Albania o addirittura in Cina. Salvadeo, che ha 34 anni, si ricorda quando era piccolo, negli anni in cui nel suo paese (prima di qualche lustro di pausa) si celebrava la Sagra dell’Alborella e sua nonna forniva i pesciolini presi all’amo nel Sesia. Ma oggi non è più così: le alborelle non pescano più per le restrizioni regionali, che provano a rispondere all’inquinamento massiccio e agli animali non autoctoni che sterminano la fauna locale. "Ma poi - prosegue il 34enne ‑ per catturare il quintale di alborelle che occorre per la sagra ci metteremmo mesi. Ne vale la pena? Ci sono 700 visitatori a dir poco, e ogni porzione di frittura deve avere almeno 25 unità. Un’alborella pesa dai 12 a 15 grammi. Un pescatore prende una decina di pesciolini al giorno. Averle fresche ormai è impossibile, dato che non esistono più i professionisti che campano soltanto con esca ed amo". E quindi chi vuole gustare il “vero” prodotto locale, e non un’insulsa imitazione, deve ormai ricorrerere alle importazioni da chissà dove. Così siamo riusciti a sterminare le nostre specialità faunistiche e culinarie.

Davide Maniaci © Riproduzione riservata