Venerdì 05 Giugno 2020

Oltre un milione per il maxi progetto “A casa mia”: l’inclusione abita qui

Un futuro di libertà e indipendenza, cucito su misura rispetto alle esigenze delle persone che non sono semplici “utenti” di un servizio. In una parola sola, ecco il progetto “a casa mia” presentato dal “mondo Anffas” lunedì scorso, 9 dicembre, presso la sede di villa Gregotti. L’iniziativa consiste nella realizzazione di due unità abitative, da cinque persone ciascuna, che saranno realizzate  in via Mirabelli. Non si tratta solo di una nuova casa per 10 ragazzi portatori di handicap, ma soprattutto segnerà per loro l’inizio di una nuova vita.

Le difficoltà non sono però mancate, a partire dalla questione economica. Infatti l’investimento necessario è di quelli “maxi”. Il costo è di circa un milione e 150mila euro. Il risultato non sarà semplicemente quello di dare un tetto a 10 ragazzi dell’Anffas. Dietro c’è molto di più. L’idea principale e più ambiziosa è quella di consentire alle persone con disabilità di poter vivere a casa loro, ovviamente supportati dalla necessaria assistenza, e di sviluppare nuove opportunità di inclusione sociale. Così la co-abitazione diventa un mezzo attraverso il quale si raggiunge il fine rappresentato da un progetto di vita adulta, emancipata dalla famiglia, addirittura con la possibilità dell’inserimento nel mondo del lavoro. Per tagliare questo traguardo, fissato per il Natale 2020, c’è voluto lo sforzo congiunto di tutta la “famiglia Anffas”. Un universo composto da tre realtà distinte, ma unite dall’obiettivo comune di migliorare la vita dei portatori di handicap. In campo c’è il lavoro dell’associazione Anffas, presieduta da Nadia Farinelli, che aggrega le famiglie, individua i bisogni e fa da garante sulla qualità della vita dei diversamente abili. Poi c’è la Cooperativa “Come Noi”, presieduta da Elisabetta Amiotti e diretta da Marco Bollani, che valuta i bisogni e progetta i sostegni attraverso le competenze di operatori qualificati. Infine c’è la fondazione “Dopo di Noi”, presieduta da Roberto Mori, che funge da salvadanaio per le iniziative targate Anffas. Nel complesso un’organizzazione che ha fatto scuola, tanto che il cosiddetto “modello Mortara” è studiato e preso ad esempio dalle altre 160 realtà Anffas presenti sul territorio nazionale. “Si tratta di un progetto di vita concepito dagli stessi genitori – spiega Nadia Farinelli – per promuovere il benessere dei figli adulti attraverso la loro partecipazione alla vita della comunità e per prevenire il rischio di ricoveri non appropriati nelle case di riposo per anziani”. Purtroppo le difficoltà non mancano. E sono soprattutto economiche. La Fondazione ha acceso un mutuo, anche grazie  ad alcuni genitori benefattori che hanno dado un contributo attingendo al patrimonio personale. 

“Faccio appello alla generosità e al buon cuore delle persone – suggerisce Roberto Mori, presidente della Fondazione – sia per un contributo diretto al progetto ‘a casa mia’, ma anche attraverso le donazioni del 5 per mille. Le risorse sono limitate, ma non abbiamo ragionando in economia quando si tratta di una struttura dedicata ai nostri figli”. I dettagli tecnici sono stati illustrati da Matteo Mirabelli, architetto dello studio Varini Associati, che ha curato il progetto. 

“La struttura – spiega Matteo Mirabelli – è concepita per rispettare i criteri anti sismici e di sicurezza più stringenti. Non ci sarà gas. Tutto sarà alimentato a corrente elettrica e sul tetto sono previsti i pannelli solari così da garantire quasi l’autonomia energetica. Grande rilevanza anche per gli spazi verdi e le aree ricreative e di socialità. In futuro la struttura, che oltre alle due unità abitative ed un atrio con camere per gli operatori dell’assistenza, potrà essere raddoppiata costruendo nell’area accanto”. Ma l’avanguardia della struttura diventa praticamente un dettaglio rispetto a ciò che avviene all’interno delle case. Una magia già sperimentata e toccata con mano con i primi due progetti pilota di Parona e Tromello. In ognuno di questi Comuni c’è una casa abitata da 5 ragazzi che vivono una nuova esperienza di autonomia. “In questo modo – aggiunge Marco Bollani, direttore della Cooperativa – evitiamo un brusco e improvviso distacco dalla famiglia. Un evento che a volte si rivela traumatico, come testimoniato dalla recente cronaca torinese. Invece, grazie a questo progetto, non si costruiscono più strutture per l’accoglienza, ma realizziamo case per vivere. E’ una sorta di ritorno al futuro, infatti Anffas era nata proprio offrendo assistenza domiciliare”. In questo quadro generale resta fondamentale e determinante il ruolo della Cooperativa e dei suoi operatori qualificati. 

“I nostro compito – conclude Elena Amiotti – è quello di cucire su misura delle esigenze delle varie persone progetti di vita personalizzati. Mentre nelle strutture i servizi alla persona sono standard, con il progetto ‘a casa mia’ ogni cosa è creata partendo dalla singola persona”. 

Luca Degrandi © Riproduzione riservata