Domenica 17 Novembre 2019

Ambiente: e noi a cosa rinunciamo?

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  • 17 Luglio 2019

Ecco l’estate, la solita estate. 


Le forze politiche si dedicano alle loro amenità, cioè agli africani portati in barca in Italia, ai soldi russi o americani che arriverebbero a fiumi, come ai bei tempi della guerra fredda, la Francia per far dispetto all’Italia, va avanti a tutta velocità su una Tav inutile.

Un’estate in cui anche la Panini, quella delle figurine, passa in mani straniere tra il giubilo degli idioti. Ma soprattutto un’estate in cui l’emergenza ambiente resta senza alcuna risposta reale. 

Vale a dire che nessuno è disposto a fare nulla per passare dalla contemplazione della bambinetta svedese ad azioni concrete per evitare che tutto il mondo finisca come Pompei.

Il motivo è semplice, cioè nessuno pensa che sia ammissibile rinunciare a nulla, mentre è chiaro che salvare l’ambiente sarà solo ed esclusivamente una questione di rinunce. Per rendersene conto basterebbe osservare come l’accelerazione della distruzione del pianeta sia avvenuta in modo folle negli ultimi 30 anni, cioè con il dilagare del capitalismo senza regole, con l’affermarsi del concetto che è giusta qualsiasi cosa convenga. Una regola che ha dato vita alla globalizzazione, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, alla creazione di bisogni fittizi per accrescere la produzione di beni inutili.

E il futuro non lascia presagire nulla di diverso. Anzi.

Un esempio banale: oggi tutti i vestiti sono di fibre sintetiche, cioè di plastica. Materiale che sta soffocando il mondo e che non è rinnovabile. Ma nessuno se ne occupa.

Un altro esempio: la stragrande parte dei rifiuti è oggi costituita da materiali usa e getta e da imballaggi. Ma nessuno cerca di arginare la produzione di materiali usa e getta e di imballaggi. 

Un esempio ancora più drammatico, gli ecomostri. Un tizio occupa un pezzo del pianeta, ci costruisce sopra un capannone, lo impiega per fare soldi, magari inquina tutta la zona, dopodiché quando per un motivo qualsiasi chiude la baracca tocca agli altri, ai cittadini, pagare per rimettere le cose a posto. Ma dato che gli amministratori di solito se ne fregano, gli ecomostri si moltiplicano all’infinito: basta andare da Vigevano a Candia (per non parlare ovviamente di Parona o Valle) per osservare una vera carrellata di ecomostri. E intanto si possono vedere anche decine di capannoni che nessuno usa.

Potremo, andando ancora più a monte, osservare che alla base di tutto c’è l’aumento della popolazione mondiale che è alla base dello sfruttamento indiscriminato di risorse non rinnovabili dell’ambiente. Ma proprio la paura di una diminuzione della natalità è il peggiore incubo del capitalismo, perché più nascite significa più bisogni, più sprechi, più affari. 

Certo, si dirà, come si fa a dire di contenere le nascita per salvare il mondo in Italia dove sostenere cose del genere significa esporsi alla scomunica. E come si fa dirlo mentre i grandi gruppi finanziari europei finanziano l’immigrazione dall’Africa, con due precisa strategie: farli scappare a forza di bombe e andarli poi a raccattare a forze di barchette e gommoni.

Ma di fatto un pianeta sovraffollato è alla base di ogni problema dell’ambiente.

Ma non basta.

In verità qualsiasi scelta di sviluppo inevitabilmente comporta un peggioramento della situazione ambientale nel mondo. Un esempio facile: oggi tutti si preparano alle auto elettriche ma nessun costruttore sa neppure lontanamente cosa ne faremo della enormi batterie che  dovranno spingere nel mondo milioni e milioni di tonnellate di ferro per milioni e milioni di chilometri. Ovviamente spingere con tanto di aria condizionata, schermi per telefonare e meccanismi elettronici per avere in auto una sorta di seconda casa.

Così è.

Se poi parliamo di plastica (vestiti a parte) ogni giorno raccontano che in mezzo all’oceano sta nascendo un settimo continente fatto da una massa infinita di rifiuti di plastica, ma non si fa nulla per evitare di fare imballaggi di plastica e vendere a prezzi infinitesimi materiali di plastica usa e getta. Causando così un accumulo di rifiuti non bio degradabili che continua ad aumentare.

E questo dunque riguarda non solo la Lomellina, il mitico “cesso” della Lombardia, ma anche altre parti del mondo non governate dalle mafie e dalla corruzione politica.

Forse sul piano “filosofico” potremmo chiuderla qui evidenziando come l’uomo sia l’unico animale che antepone alla propria sopravvivenza quello strumento che per convenzione determina la possibilità di consumare beni, vale a dire il denaro. Impossibile dimenticare come una decina di anni fa uno dei maggiori esponenti politici locali, commentando un altro enorme camino che ci aiuta a respirare rifiuti, affermò testualmente: “Ma sì, Giovanni, ci farà morire tutti, ma almeno con la pancia piena!”.

Ogni commento è inutile. 

Ma cosa fare allora?

Ad oggi non esiste alcuna alternativa ad una strategia di “decrescita felice”, vale a dire che se si aumentano i consumi, le produzioni, il Pil, non si può certo sperare che diminuisca la ferita che l’uomo sta infliggendo al pianeta. Che equivale a dire che la miglior notizia per l’ambiente oggi sarebbe il contrario di quello per cui tutti i potenti sono impegnati: fare denaro.

Ma non basta, perché tra le follie dell’umanità oggi è in espansione l’ampliarsi del divario tra le fasce sociali, tra i modi di vita dei vari continenti, il crescere della concentrazione della ricchezza in poche mani, l’esatto contrario di quanto è assolutamente indispensabile per organizzare una decrescita felice, vale a dire un graduale ma netto spostamento dei consumi dai beni futili a quelli indispensabili e durevoli. Un processo che certo non può avvenire in un mondo in cui le disparità sociali sono il maggiore strumento con cui il capitalismo vuol diffondersi, alla ricerca di materie prime e schiavitù.

Infine siamo di fronte a un problema culturale: vale a dire come è possibile costruire una coscienza sociale che riesca a consolidarsi nonostante la propaganda planetaria a favore delle scelte del capitalismo. 

Perché è evidente che la propaganda a favore dell’immigrazione dall’Africa è una propaganda contro l’ambiente, perché l’Africa va salvata non sfruttata. E se non si fermano le guerre in Africa significa solo che si vuole provocare l’emigrazione verso l’Europa, cioè quello che oggi accade per avere manodopera a prezzi irrisori.

Inoltre ai cittadini va detta la verità, cioè che per salvare il pianeta non si può pensare di riempire i cieli di aerei di vacanzieri oppure vivere in mezzo all’aria condizionata. Cioè quello che si è cercato di fare fino ad oggi con i risultati che si vivono.

Insomma, meno aerei e più ventilatori, perché  l’uomo deve tornare “sapiens”, deve rendersi conto che non ci sarà una seconda opportunità per salvare il pianeta.

Ammesso che lo si voglia davvero salvare.



Giovanni Rossi © Riproduzione riservata