Giovedì 21 Marzo 2019

19 marzo, la festa del papà

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  • 13 Marzo 2019

Caro direttore,

forse sono fortunati quei figli che hanno genitori assolutamente normali e persino un po’ mediocri, facili da affiancare e, volendo, superare, senza inutili e sfiancanti rincorse, dove si può vincere ma anche perdere in modo rovinoso. Sia che l’accetti o no, il prezzo della sfida è sempre oneroso.

Anche quello della rinuncia a priori: “Tanto non ce la farò mai…”. In particolare,  mi riferisco al rapporto padre-figlio quando di mezzo ci sono papà-super o presunti tali. Con padri così, i figli maschi sono destinati a dannarsi l’anima per essere all’”altezza”, con il rischio di perdersi per strada: o vinci, o soccombi. Credo sia un problema molto vecchio e forse necessario alla selezione.

A me, per esempio, un vero “bravo!” papà non  me l’ha mai detto. Forse erano i tempi o forse no, non lo so. Fatto sta che tutto era dovuto e la massima espressione di papà era: “Nient’altro che il tuo dovere”. Vai in cerca di quel “bravo” e non sai più dove andarlo a cercare. Non sai più cosa fare e cosa inventarti. Non lo trovi neanche se dimostri di saper fare cose impossibili. Neanche se sai arrampicarti con le unghie più dei gatti. 

Neanche se là, in cima, nel punto più alto, dici a tuo padre di sotto: “Se non mi dici bravo mi butto”. Meglio non sfidare. E però ci speri, ci speri sempre. “Ma come, papà, faccio di tutto e di più e tu ne fai solo una questione di dovere? Tutto qui quello che hai da dirmi? Dovere, dovere… Ma chissenefrega del dovere! Dimmi un mezzo bravo, papà, e io sarò contento. 

Avevo tanta voglia di giocare e  mi hai mandato a lavorare appena finita la quinta elementare e non ho fiatato. Anzi, fatto di tutto per imparare presto e bene. 

Niente. Porti a casa la tua prima paga, un mille lire di carta grosso così, sperando sia la volta buona, felice di contribuire a essere meno poveri, e mi dici che ho fatto solo il mio dovere?”  E allora vai, via a piangere sotto la quercia amica il tuo primo e vero dolore. Quasi la quercia a poterti consolare.

Forse neanche mamma mi ha mai detto bravo. Ma è tutt’altra storia. Perché la mamma è sempre lì, con il suo amore che non conosce condizioni. Amore e attenzioni in modo gratuito e disponibile sempre, anche quel gesto semplice e meraviglioso nel solo rimboccarti le coperte. L’amore e le attenzioni di papà no: quelle devi guadagnartele. Infinitamente diverso l’amore di una mamma rispetto a quello del padre. Buona cosa se sono complementari. La mamma a insegnarti anche le delicatezze della vita e il papà le sue asprezze, che non mancano mai. Come combatterle e affrontarle. Mi viene quasi voglia di dire che la mamma, anche per via del cordone ombelicale mai reciso del tutto, rappresenti, simbolicamente, il passato, e il papà il futuro.

Papà era uno spartano e voleva che lo fossimo tutti. Ma solo lui aveva il coraggio, per esempio, di mettersi a letto seminudo, in quella stanza dove d’inverno gelava persino la pipì nei vasi da notte. E se dovevi bigiare la scuola o mancare al lavoro, minimo la febbre doveva essere decisamente sopra i 38, sotto uno scansafatiche o un lavativo. Per fortuna mamma aveva i suoi trucchi. Papà era un bell’uomo, alto, robusto, occhi e capelli scuri. Anche se poi, finita la grande fame dovuta alla guerra, con l’andar del tempo mise su peso fino a sfiorare il quintale. Un gigante qualche volta con i piedi di argilla. 

Per via che l’età per giudicare arriva sempre troppo presto e non quella per capire. Prometti a te stesso che non farai certi errori suoi e ce la metti tutta per differenziarti, per poi assomigliargli sempre di più. E quel “bravo” non lo dici ai tuoi figli di oggi. Per dire che i figli non dovrebbero mai giudicare i propri genitori. E bene sarebbe se certi papà “super” si dessero una calmata. Ma, appunto, una vecchia questione e tale destinata a rimanere. Come il nostro tempo destinato ad andarsene. Alle volte silenzioso e altre come un barattolo preso a calci.

Una volta sposato e fuori casa, a quel “bravo” non ci pensi più. Adesso, se vali e quanto vali lo devi dimostrare a tua moglie, ai tuoi figli, ma senza più quella spasmodica attesa di consenso ad ogni costo. E il tempo di capire, questo sì, quanto difficile sia il mestiere di genitore e quanto facile lo sbaglio. Quando arriva il tempo delle responsabilità cambiano prospettive e giudizi. E quasi sempre si è impreparati. Se poi pensi alla loro fatica, la fatica di mamma e papà per metterti qualcosa nel piatto…

Era una domenica , quel giorno di tanti anni fa. Al telefono un vicino mi dice di sentire dei lamenti provenire dalla casa di papà. Ho le chiavi e corro. Apro il portoncino e papà è lì, seduto sul pavimento, spalle al muro e ai piedi della scala: pallido come non l’ho mai visto. Più niente della sua fierezza e in quel momento solo in casa. 

“Cos’hai, papà? Cosa ti è successo?”. “Non lo so… Non riesco a stare in piedi… Non ce la faccio a salire…”. La voce è un filo appena. “Adesso ti aiuto io. Ti porto su e ti metto a letto”. Non sulle spalle come Enea, ma in braccio mi prendo il mio non vecchio Anchise. E’ pesante e mi scappa da tutte e parti: “Abbracciami il collo, papà, e vedrai che ce la facciamo”. Comincio a salire pregando Dio di non farmi inciampare. Con le forze rimaste mi cinge il collo e la testa sul mio petto: forse mi sente il cuore. Uno, due, tre gradini… “Non ho capito quello che hai detto, papà. Puoi ripeterlo?”. Un sussurro appena: “Volevo dirti che sei sempre stato bravo… E anche forte”. Adesso, me lo dici, papà? Adesso che non posso neanche piangere? Adesso, dopo tanto tempo? 

Qui, tra le mie braccia più indifeso di un bambino? Aiutatemi, santi e giusti del paradiso! Aiutate, per un momento, questo figlio-padre! Solo parole pensate e una gran voglia di dire quanto gli volessi bene, da sempre. Eccolo, il tempo e il suo silenzio da spaccarti le orecchie, se non fosse per il mio affanno e il suo respiro, il respiro di papà sul cuore.  Pianerottolo, seconda rampa e nessuno dei due nemmeno a immaginare che quella scala lì, la scala della casa promessa a mamma anni prima, lui, papà, non l’avrebbe risalita mai più. Solo un’ultima discesa per andare all’ospedale e basta. 

Perché aveva un “buco” dalle parti dello stomaco, mai lamentato e detto niente a nessuno, nemmeno del suo sangue che vedeva andarsene via piano. Dottori neanche a parlarne. Un guerriero destinato a perdere la battaglia della vita. A vivere il suo dramma da solo e senza disturbare. Senza uno straccio di aiuto.

Ospedale, operazione… e muore due o tre giorni dopo per “complicanze” mai chiarite del tutto. Se ne andò con il morire del giorno. Le ultime parole per mamma, la sua compagna e sposa. Prima gli hai tenuta la mano e pensieri a correre più del vento. E pensato: “Perché, papà, abbiamo parlato così poco? Perché, assieme, non abbiamo riso di più? Perché?”…

Da quel giorno è passato davvero tanto tempo. Per l’anagrafe era Ambrogio, e Giuseppe per tutti. Per San Giuseppe andavo a cercare viole sulle rive dei fossi e mamma a fare frittelle per tutti.

Forse solo ai bambini è permesso giocare con il Tempo. Che da loro, volentieri e tanto per stare al gioco, si fa prendere a calci al pari di un barattolo.

Mario Omodeo © Riproduzione riservata